sabato, 21 novembre 2009

 

 

 

IMG_2474(Babbo che pesca)



COMMENTO CH'È POESIA


di Sgnà


Emerge dal turbinio

vola via

ritorna e si trasforma

per ritornare in altra forma.

Come le voci che sentiamo


parte di noi fuggite via

da qualche parte


a raccontarci chi siamo.

 


Dio non può fare nulla

se noi non lo vogliamo.

 


Fuggire è sollievo temporaneo

culla leggera

al tormento quotidiano che assilla

dolore di non scorgere il sentiero

che portava al mare.


Arido il letto del fiume

pare


E' solo questione di tempo e di stagione.

Poi muterà ancora il corso

il sentiero apparirà e sarà un altro

e un altro mare

congiungerà alle nostre voci.

 


E noi saremo di nuovo a casa.

 

Quando qualcuno ci osserva, ci guarda attentamente, ci ascolta,  e lo fa con affetto, con amore, è il momento in cui qualcosa di buono, di noi, forse riesce ad emergere; si accoccola nella sua mente partorendo un pensiero che sa di pane ancora caldo.

Poche ore fa, Cristina mi ha mandato per posta ciò che ho pubblicato come commento ad una sua bellissima poesia (lei sì che è una poetessa) impostato da lei in modo magistrale.

E mi scrive semplicemente: ti rendi conto che è poesia?

No, non me ne rendo conto, e mi pare pure un azzardo e se non me lo avesse detto lei, con la stima che nutro per lei e l'affetto, mi sarebbe anche scappato da ridere, più per emozione ed imbarazzo che per altro.

E mi ha fatto riflettere, come spesso accade quando la leggo o l'ascolto.

Mi ha fatto pensare a quanto sia importante apprezzare le persone che stimiamo, quanto è importante farglielo sapere. Quanto è importante quando si vuole bene a qualcuno, dirglielo a più non posso, come se fosse l'ultima cosa possibile nella vita. Quando si crede che una persona possa avere un talento, un'attitudine, una passione anche non supportata da particolare bravura, è giusto spronarla, incitarla, sollecitarla affinchè prosegua nel suo intento. Non per crearle false illusioni, ma perchè i tentativi e le prove, diventino terreno per migliorare, per arricchire ed arricchirsi, senza che diventino motivo di frustrazione.  Dare fiducia agli altri insomma, credere in loro,  soprattutto quando loro per primi non si considerano affatto. Lo dico a ragion veduta, io che ho sempre fatto molta fatica a dare fiducia agli altri e a credere in me stessa.  Ora che sono più grande, ho imparato che i falsi pudori non portano lontano e sono terribili nemici del tempo che vola. Grazie Cri:)

Questa sera splinder si comporta in modo strano, non mi permette di postare dal mio blog, commentare, fare qualunque cosa perchè il server non riconosce la barra strumenti. Allora sono capitata per caso sulla vecchia piattaforma  che era una meraviglia a mio avviso, e pare che io possa pubblicare questo post da qui.  Non ne sono sicura però:) Non potrò commentare, nè rispondervi, almeno finchè non si sistemerà questa cosa, perchè qui non me lo permette.

Per cui vi saluto, nemmeno faccio l'anteprima, e staremo a vedere cosa succederà.

Buon w.e.


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martedì, 10 novembre 2009



IMG_MOSc8

 


 

Ho il tavolino dei ricordi, ora.
Non l’ho mai voluto, perché guardare le fotografie dei defunti mi metteva a disagio, e per reazione mi estraniavo.
Si cambia o semplicemente ci si abitua. Ci si fa una ragione, come tutti  dicono, o diventa necessità quando non rimane altro.
Il tempo, vedrai, aiuta a superare tutto, a lenire, forse a dimenticare…E tutte queste cose che  penso siano idiozie. Il tempo muta i ricordi, come mutiamo noi, ma non si dimentica.
Ogni cosa può essere ripescata come una vecchia tovaglia sepolta nel baule del corredo di nonna, basta avere voglia di salire in solaio.
Il tempo.
Avanti e indietro, ora legale, fuso orario, messa a punto, cronometro e lancette.
Tanto, dentro, è sempre un’altra cosa, e ciò che dicono orologi, calendari, cieli astrali e transiti planetari, col nostro tempo, spesso non hanno niente da spartire.

 

Ho il tavolino dei ricordi anch’io, ora.
E' rettangolare, non tanto prezioso come quelli che vedo in giro, è di ciliegio, arte povera, ma di discreta fattura.
Le cornici delle foto non sono né  d’argento, né d’oro. Sono cornici dozzinali, ma non ci metto mano per personalizzarle che poi mi verrei a noia.
Ci sono solo io qui dentro. E il tavolino, adesso.
Nelle foto ci sei tu amore mio, la Cleo, il Chicco, e io da bambina, coi miei, nella sala di posa del fotografo, e al mare sul moscone numero 8.
Adoravo i mosconi a remi. Chissà perché si chiamano così. Sarà per via della loro strana fattura che con un po' di fantasia, può ricordare i fastidiosi insetti.

 

Immergevo i piedi nell’acqua, mentre babbo remava per guadagnare il largo.
E mi diceva tra una vogata e l’altra: -Tieni su i piedi Silvia, altrimenti fai attrito e io faccio più fatica.
Allora, sdraiata sul piano di legno fatto a listelle, tenuta stretta da mamma, immergevo la piccola mano, che essendo così piccola, non avrebbe fatto tanto attrito e arrecato fatica al babbo. La piccola mano no, e poi tenevo le dita aperte, aperte.

 

Seduta sul bordo del letto guardo le foto come se osservassi  il mondo dietro il finestrino di un treno. A me i treni con gli scompartimenti piacevano assai di più di quelli di adesso, che sembrano tutti tram genericamente caotici, e mancano di confusione da intimità.

 

Così, guardando una foto, mi perdo seduta su un treno che sembra un tram e che marcia un tempo a ritroso.
E mi chiedo come mai, noi tre che siamo vivi, stiamo così bene lì con voi che siete morti.
Forse perché i mosconi non so nemmeno se esistono ancora, forse perché i miei piedi e le mie mani se hanno fatto attrito poi, lo hanno fatto in altri mari.
Mai più solcati da quel moscone numero 8.



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domenica, 08 novembre 2009
IMG_casa4

Te ne sei andato.
Mi hai detto che non sei soddisfatto di me, che non ho il fisico, che sono troppo vecchia ormai per soddisfare i tuoi capricci.

Così, dopo avermi fatto fare tutto quello che hai voluto, costretta ad orari improbi, febbrili maratone, posseduta per fine settimana interi in sfiancanti performance,  hai levato le tende e sei sparito senza nemmeno un ciao.

E devo anche ringraziarti vermocane d'un cane rognoso.

Devo ammettere che senza di te non ci sarei mai riuscita. Senza il tuo fiato sul collo, la tua adrenalina, il tuo insano bisogno di veder conclusa una cosa in tempi inumani, forse avrei mollato la presa. Forse.
E  ora, anche se sono stanca e un po' patita, sono in pace, soddisfatta del risultato.

Felice d'averti incontrato, ma anche che sia finita.

Ci sono relazioni così potenti che alla lunga possono risultare distruttive anche se mosse dalle migliori intenzioni.
Insomma, per concedersi il lusso di una passione, ci vuole un fisico bestiale.



IMG_2762

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sabato, 10 ottobre 2009





lezioni1

Lezioni d'amore

Avevo pensato di prendere un film sul quale poter dormire anche dopo il secondo fotogramma.

Un film melassa, di quelli che se non sono fatti più che bene, ti annoiano dopo due minuti. E dormi.
Appena letto il titolo, senza nemmeno leggere la trama, ho pensato che fosse il film per me.  E poi c'è Penelope Cruz sulla locandina, che mi piace sì abbastanza, ma è così tanto spagnola  che non sempre riesce a catturarmi con le sue interpretazioni, per cui non credevo di correre il rischio di rimanere incatenata al video. Ma volevo anche qualcosa che mi distraesse un po' da tutta questa pittura murale, pulizie, brugole e stucchi.
Almeno provarci.
Ho letto in un angolino della locandina che c'è anche Ben Kingsley come interprete, una garanzia.
Sono andata a casa contenta, convinta di potermi rilassare.
Dopo nemmeno un minuto di film appare Kingsley  che è uguale a te, più magro, ma è la tua fotocopia. Veste perfino gli stessi abiti, lo stesso cappotto, quello nero che abbiamo comprato insieme e che ti sta così bene.
L'ho guardato due volte di seguito anche se alla fine non riuscivo proprio a tenere gli occhi aperti, ma provavo dolore fisico al pensiero di dovermene separare.

Ora questo film, che non ritengo nemmeno un capolavoro, è stampigliato a fuoco nella mia mente, alcuni fotogrammi poi, devo cercare di dimenticarli per non stare troppo male.
Ho letto dopo, che è tratto dal libro di  P. Roth  L'animale morente, lo stesso libro che mi è caduto mentre trasportavo pile di libri, da una parte all'altra della casa. 
L'unico caduto.
Che una volta aperto ha svelato le tue annotazioni scritte a matita punta fine, stranamente ordinate, che mi hanno tanto emozionata.
Io sono qui, ogni dieci del mese.
Ma io so, che tu sei sempre con me.

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lunedì, 21 settembre 2009
2615.html
Particolare della parete a sinistra




Mi prende ogni tanto e non posso farci niente. E' uno degli aspetti del vermocane, una specie di frenesia per cui devo assolutamente fare ciò che mi passa per la testa, mi costasse anche la vita per la stanchezza. L'ultima volta mi è venuta la febbre a 38, perchè non riesco a smettere fino a che non ho finito.
Sono uguale a mio padre in questo.
Ecco perchè sono assente in questi giorni.
Non ho ancora finito.



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Particolare della parete a destra



Ho notato che in questi giorni splinder ha modificato delle cose. Di primo impatto lo considero molto scomodo e  non mi piace.
Pazienza, mi abituerò.
Intanto per non saper né leggere né scrivere, vi aguro buona vita.
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giovedì, 10 settembre 2009

tulipani



Sai com’è, certe cose io, non me le so spiegare.

Cercavo gli occhiali, quelli che uso sempre, che indossavo anche tre giorni fa, prima di perderli.

Comodino

consolle

cassettone

divani,

comodino

consolle

cassettone

divani…

Niente.

Allora ho  inforcato il paio di riserva, che poi ne ho due, e ho finito di prepararmi, non posso perdere tempo e nemmeno finire contro un palo. Ma poi non so rassegnarmi, mi conosci.

comodino

consolle

cassettone

divani, tavolo in cucina, tavolo pc, scrivania...

E’ inutile cercare solo dove si è già cercato, mi sono detta.

Niente.

E il registratore che piace al babbo, quello che avrei prestato ad un amico e che non trovavo più?

Librerie

pc

studiolo

comò

mobile soggiorno,

librerie

pc

studiolo

comò

mobile soggiorno…

Niente.

Sono andata dal babbo per vedere se per caso non l’avessi lasciato a casa sua.

Ultima spiaggia: niente da fare.

:- Mi raccomando trovalo, mi ha esortato il babbo. Che fino a qualche giorno fa,  sembrava che non gliene importasse niente. Poiché non lo trovavo più, era disperato più di me.

Librerie

pc

studiolo

comò

mobile soggiorno,

librerie

pc

studiolo

comò

mobile soggiorno, mobile bagno, sotto al letto, sotto ai mobili…

Bisogna guardare dove non si crede che possa essere altrimenti non si trova di certo.

Mannaggia  a me quando ho deciso di mettere in ordine alcune cose!

Librerie

pc

studiolo

comò

mobile soggiorno, lavatrice, frigo, forno a micronde…

Per finire, ma questo è più prevedibile, la chiavetta della sicura della bici. Quella è così piccola, e poi cambio borsa in continuazione; la bianca, la nera, quella da piscina, da uscita serale. Ho una chiavetta di riserva  per fortuna. Chissà in che angolo della casa è finita, ormai ho cercato ovunque, non sto a perdere altro tempo.

So che ho fatto una cosa che a te non sarebbe piaciuta, sono certa che ti saresti arrabbiato. E’ per questo che non trovavo più niente, mi hai fatto i dispetti?

Umm, ti conosco mascherina.

Allora ho fatto ciò che ti sarebbe piaciuto, sono corsa ai ripari, pensando che ti avrebbe fatto piacere, che poi ha fatto piacere anche a me, devo riconoscerlo.

Così, ieri sera,  mentre mi toglievo la maglia, in camera da letto, lo sguardo mi è caduto sul paio d’occhiali ben in vista sul comodino. Ma và!  Ho capito che avrei trovato anche il resto e sono andata dritta al mobile in soggiorno, dove avevo tirato fuori tutto, e ben in vista lì davanti, sotto a due cd c’era il registratore. Nemmeno a dirlo, sono andata poi in ingresso e sul cassettone c’era la chiavetta della bici. Lo sapevo già, avrei potuto metterci sopra la mano ad occhi chiusi, io la metto sempre lì.

Che ti dico a fare queste cose? Le sai già.

Forse sto impazzendo, è probabile.

A me piace pensare invece, che abbiamo fatto pace.

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sabato, 29 agosto 2009


IMG_2424


Ci sono luoghi in cui è più facile mentire perché si è sopraffatti da forti emozioni, che stordendoti, ti farebbero promettere qualunque cosa.

Meglio rimanere in silenzio allora.



Il cielo è azzurro cielo. Ci sono piccole nuvole candide e vaporose sopra la collina lericina. Guardando in prospettiva le punte degli alberi delle barche attraccate al molo, sembrano toccarle.

Le case, tutte con le imposte verdi serrate alla canicola, sono colorate, e scendono dolci dalla collina, senza rumore, come una gonna a fiori calata sulle gambe accavallate di una signora seduta compostamente.

Il mare è tranquillo e i colori sono vivi e lucenti come gli aculei dei ricci appena strappati al mare.

Sono seduta ad un piccolo chiosco sul molo, vicino al mercato del pesce. Ho scelto bene; ci sono gli odori del mare e della sua gente che qui viene a dissetarsi. Davanti a me, un pescatore, da un paio d’ore sistema le sue reti sotto la randa del sole; una gran fatica che lui non pare accusare, sempre chino, sempre a cucire nascosto dal grande cappello di paglia malconcio.

Da poco è arrivata una cisterna di carburante per imbarcazioni e fa un gran rumore. Ma stranamente non disturba.

Più avanti in una scuola nautica bambini ed adulti  prendono lezioni di canoa e barca a vela. In mare, così colorati e tutti insieme, sembrano anatroccoli che seguono la madre.

Passano  turisti occasionali come me e sostano quelli di vecchia data, quelli che hanno acquisito un nomignolo affettuoso e non devono nemmeno ordinare, che il cameriere già sa.

Si sta così bene qui. A tratti arriva un’arietta fresca che allieta la pelle e l’umore.

Ad un paio di tavolini alla mia destra, alcuni signori di una certa età, appena tornati da un giro in barca, sorseggiano un calice di bianco fresco. Se non fossero le 15,30 e non dovessi andarmene a breve, prenderei un calice di Cinque terre.

Dieci minuti fa è passato un signore dimesso che mi ha chiesto un euro, un’ora prima anche una signora, ancora più malmessa, è passata con la mano tesa e lo sguardo supplicante.

Malgrado il luogo per villeggianti danarosi, il vento non mi ha ancora portato al narici profumi costosi.

Un cucciolo di Retriever mi osserva da sotto il tavolino di fianco. Ha molta voglia di giocare e io so molto bene cosa significa quello sguardo che precede il balzo gioioso. La sua padrona, dalle lunghe gambe abbronzate, avvolta in un paio di occhiali scuri, grandi come un tovagliolo, pare molto assorta nei suoi pensieri. Non voglio distoglierla. Chiedo il conto al cameriere che è persona dai modi gentili  e dalla testa fina. Abbiamo scambiato alcune considerazioni a commento degli articoli dei quotidiani che ho acquistato e che sono piegati alla rinfusa sul tavolino. Non so ripiegare bene i quotidiani dopo che li ho letti. Non ci sono mai riuscita. Li acquisto che sembrano schiacciatine e li richiudo che assomigliano ad un pane tondo.

Pago poco, rimango stupita, è pieno agosto in un luogo di villeggiatura.

Mi avvio per il molo e mi guardo attorno come piace a me, a largo raggio, per carpire il più possibile dall'insieme che permette  poi, di catturare il dettaglio.

Noto con piacere che sono numerosi i cani al guanzaglio, soprattutto di grossa taglia. Tutti molto educati, al seguito dei loro padroni a loro volta quasi tutti abbronzati, pelati a uovo o con la coda di cavallo racchiusa alla nuca, molto simile a quella dei loro cani. La loro non scodinzola però.

Mi assale la voglia di Cleo e sorrido nel pensarla. Mi ricordo quando anch'io mi facevo la coda come lei, e ci chiamavano biondine.


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mercoledì, 05 agosto 2009
IMG_23922

C’è una bella luna in questa notte fresca.

La balena alza la coda in verticale prima d’inseguire l’abisso.

A volte vorrei essere su quella coda.

 

Il babbo sta abbastanza  bene, ha preparato le canne da pesca prima della valigia. Lo osserverò da lontano per non scalfire la sua fierezza, mi concederò il farmi stupire dal suo estro che vive.  Mi piace che abbia voglia di farla franca e fuggire alle mie grinfie.

Tu lo sai che in realtà odio le briglie, che è giusto che ognuno scelga ogni giorno per la propria vita. Ma temo anche che possa farsi male. In questo siamo uguali tu ed io.

 

Una volta inghiottita la grande coda, il mare lima le ultime increspature per srotolarsi molle, come una coperta, cucita da note gonfie e cupe, sottili e luminose, alternate, fino a perdersi all’orizzonte.

A volte, anche io vorrei perdermi all’orizzonte.

 

Mi scopro spesso stanca in questa estate afosa più del solito, almeno per me. La concentrazione si concede di rado, obbligandomi così ad inseguirla per ore quando vorrei fare altro. So che mi comprendi. Tra poco potrò concedermi di pensarti senza orari e scadenze e finalmente riposare.

Potrò rimanere a lungo in silenzio.

Non è il 10 del mese oggi, ma non sarò qui la notte di San Lorenzo.

Allora, ovunque mi troverò, guarderò in alto e la prima stella cadente sarà nostra per sempre, anche se vedrò un soffitto. Lo scorso anno non avevo coraggio abbastanza.

C’è un tempo per ogni cosa, sempre.

 

E’ una lama sottile l’orizzonte lontano.

La luna è alta,  quasi nascosta da cumuli gonfi di pioggia, ma riesce ugualmente a trasmettere la sua forza.

Se tu fossi in fondo agli abissi, mi legherei alla coda della balena e ti verrei a cercare.

Invece starò sulla riva, a guardare il babbo pescare.


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lunedì, 27 luglio 2009

Simone Lelli - CuriositàCuriosità

(Simone Lelli)




In mezzo a due auto affiancate, in fondo al parcheggio quasi deserto del supermercato, c’è una coppia di mezz'età che sta parlando fitto, fitto. I due si guardano negli occhi, i corpi sono tesi, le mani di lei, aperte, si alzano e si abbassano ad un ritmo che non fa presagire nulla di buono. Lui è immobile, un po' curvo, è molto più alto di lei. Hanno l’aria di essere due amanti in pieno litigio. Distolgo lo sguardo per educazione.

Giro di poco il volante ultimando il parcheggio dell’auto. Poco distante c’è una vecchia Bmw station wagon in pessime condizioni piena zeppa di cose, tutte ammassate. Pare un miniappartamento  con un grande bisogno di pulizia e di ordine: un paio di mutande è in cima ad un  ammasso di abiti,  stipati sulla metà del sedile posteriore. L’altra metà è impegnata da una coperta appallottolata  che ha l’aria di non vedere l’acqua da molto tempo, e un cuscino.

Stanno abbassando alcune saracinesche del supermercato, mi affretto e schiaccio il telecomando della chiusura centralizzata, lo sguardo  cade oltre il finestrino anteriore del passeggero della Bmw.

Sul sedile c’è una gabbietta rettangolare, nascosta quasi totalmente da una coperta, per quel che riesco a vedere, rimane fuori solo uno spigolo in alto, dall’altra parte. Chissà cosa c’è dentro, mi chiedo, un piccolo animale penso, un uccellino forse, anche se non sarebbe la gabbietta adatta.

Dopo una decina di minuti sono di nuovo all’auto. Tre pomodori, un gambo di sedano, una confezione di  latte parzialmente scremato, maionese, e una bottiglia di Pinot grigio, suddiviso in tre clienti: i soliti ritardatari.

Stanno chiudendo il piccolo centro commerciale. Gli altri due inforcano la bicicletta e si allontanano velocemente.

Mentre salgo in auto, riguardo lo spigolo della gabbietta, combattuta tra il timore che dentro possa esserci un animale bisognoso di cure, sono condizionata dallo stato della vettura, e il profondo disagio che mi arrecherebbe fare la ficcanaso, l’andare a spiare dietro un finestrino un’intimità non celata per indigenza. Se l’auto non fosse in queste condizioni, mi farei gli stessi scrupoli?

Metto in moto. Devo andare dall’altra parte del viale, in videoteca, a rendere Valzer con Bashir, interessante film d’animazione sul massacro di Sabra,  e poi proseguire verso casa.  Mentre mi appresto a scendere le scale della videoteca, osservo da questa posizione elevata se  nel parcheggio c’è ancora in sosta la Bmw. Ci sono gli alberi fronzuti che  coprono la visuale e non la vedo, nemmeno se mi sposto di lato. Non potrei perdonarmi però di aver lasciato un animale sofferente privo di soccorso, mi conosco.

Rientro in auto. Metto in moto. Decido di andare a casa, in fondo non sono affari miei.

Arrivo all’immissione  sul viale principale e anziché mettere la freccia a sinistra, come dovrei, con gesto fulmineo sterzo di poco,  attraverso il viale e rientro nel parcheggio del supermercato. C’è poco traffico, mi sono permessa una manovra  contromano. Parcheggio.

Anche la coppia litigiosa non c’è più, sono sola.

Scendo e mi avvicino alla Bmw con passo incerto e con un pò di apprensione: cosa farei nel caso ci fosse un animale in difficoltà? Troppo tardi, sono davanti all’auto e guardo dentro.

Dalla parte dell’autista è visibile tutta la gabbia per intero, con un lato completamente scoperto.

Due occhioni verdi, tondi e limpidi mi fissano senza espressione. E’ un gatto, piccolo, tigrato, rosso. Pare ben curato e nutrito e per nulla spaventato, non miagola. Mi fissa, bello e immobile.

Sorrido sollevata. Risalgo in auto, sperando che gatto e padrone possano trovare presto una sistemazione decente.

Finisco di leggere le ultime due righe di una pagina di un libro,  prima di spegnere la luce e dormire.

E’ notte fonda e un’arietta fresca entra dalla porta a vetri scostata. Il pensiero va agli occhi del micio rosso dentro la gabbietta e al padrone di quella "casa", che non ho  incrociato. Mi piace pensarlo accovacciato nel grenbo di colui o di colei che gli ha dato dimora. Ignaro, in attesa del nuovo giorno.

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domenica, 19 luglio 2009
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(particolare di Piazza S. Prospero, ieri mattina)




Mi chiedevo dove fossero finiti  i reggiani da un po’ di tempo a questa parte.

Fino a qualche anno fa li trovavi tutti, il sabato pomeriggio, a fare la “vasca”.

I reggiani “fighetti” intendo, quelli modaioli, che seduti in distesa sotto ai portici o a passeggio in Piazza del Monte, con cane modaiolo al guinzaglio, “sfoggiavano” gli ultimi acquisti.

Ma in mezzo a quella concentrazione umana griffatissima, passeggiavano anche signore anziane  dall’aspetto curato ma un tantino demodè, signori della stessa età, espressione della medesima eleganza e sobrietà, sportivi dei migliori club, coppie con seguito di bambini urlanti, ragazzi e ragazze definibili  alternativi,  fermi a discutere davanti ai negozi di dischi più forniti o al circolo arci punk appena aperto, combriccole numerose di giovani appartenenti a classi sociali diverse. Quasi per tutti un’unico idioma: dialetto reggiano, o italiano con marcata cadenza dialettale autoctona.

Per capire molti  cambiamenti di una città nel corso del tempo, basterebbe osservare attentamente la passeggiata del sabato pomeriggio nella via del centro.

Ora, a RE, di sabato pomeriggio, trovi il mondo. Anche gli esercenti sono cambiati, poiché sono cinesi, indiani, pakistani, magrebini, tailandesi. Reggio è una città multi etnica da tempo, e questo è radicato nel tessuto sociale ed economico. Ora senti parlare molte lingue e questo è al contempo  interessante e stimolante ma i reggiani non li senti più.

Sono defilati, quasi rasentano i muri, camminano lesti, parlano poco. Insomma, a volte provo una sensazione di estraneità e questo mi crea un po’ di disagio, devo ammettere.

Mi piace la diversità, ma anche l’appartenenza.

Mi casa es tu casa, ma vorrei che casa mia si capisse dov’è.

Oggi ho scoperto l’arcano.

La passione per la bicicletta mi ha completamente riconquistata, appena ho un po’ di tempo libero vado alla ricerca delle piste ciclabili di cui tanto sento parlare. Ed è vero, sono tante.

Questa mattina ho percorso quella del Parco del Crostolo, lunga sette chilometri. Una delizia. Un parco magnifico, pieno di aree di sosta, di giochi per bambini, di panchine. Mi sono incantata ad osservare gli allenamenti dei maestri di arti marziali, di una scuola lì vicino. Con quelle movenze così aggraziate, precise a sincrono, e al contempo piene di forza, mi hanno trasmesso equilibrio e pace.

E in questo bel luogo, immerso nel verde, ho ritrovato  i reggiani.

La “vasca” i reggiani l’hanno spostata dal - sabato pomeriggio-  giacca firmata -  via Emilia,  alla  - - domenica mattina - canotta, pantaloncini - ipod sulla ciclabile del parco del Crostoso. Tutti salutisti, tutti in forma, tutti palestrati, tutti abbronzati, tutti bellissimi.

Le nonne molto anziane, che sono a decine, sono  in mise estiva e floreale sedute sulle panchine a chiacchierare, i nonni leggono i quotidiani o giocano a carte, i bambini, tantissimi, corrono nelle pratine e vanno a visitare le caprette, e poi tanti, tanti pedoni e ciclisti di tutte le età: in coppia, in gruppo, in famiglia,  coi contapassi al polso, il conta battiti, le fascette per il sudore, gli occhiali neri per il sole, le visierine. Parecchie le signore in bikini a prendere il sole e a leggere.  Pochissimi stranieri.

A parte qualche coppia di neri, dal corpo statuario inciso nell’ebano, e l’incedere felino e un paio di coppie di cinesi, i volti sono tutti riconoscibili: mangiano di sicuro gnocco fritto nelle sagre di paese.

Io arrivo sempre tardi. Chissà da quanto tempo ormai si pratica l’ ”apparire” salutista. Chissà da quanto tempo i reggiani s’incontrano e si scambiano opinioni, e s’innamorano e si lasciano all’ombra di un pero volpino, di una susina meschina o di un biribiccolo,  nell’area "Giardino dei frutti antichi".

Ho deciso.

La prossima settimana mi comprerò una bici nuova. Il sabato mattina mi tufferò nel mondo, pedalando per i mercati  del centro, e la domenica mattina andrò a cercare il pero merendino.

Questo spostamento in massa nel mondo bucolico comunque spiega molte cose,a ben guardarci. Se avessi visitato prima il Parco del Crostolo, mi sarei stupita di meno del risultato elettorale, ben sapendo comunque che ai reggiani, grandi ballerini, piace apparire in forma.


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