E non vuoi innaffiare il tutto con un buon bianco secco del Salento? Rigorosamente fresco; tanto, la vita marinara sarebbe cominciata il giorno dopo.
Ma se il sangue non è acqua, e non lo è, anche se ne è composto in buona parte, anche i retaggi cultural-gastronomici hanno il loro peso nell’espressione complessiva di ognuno di noi, individuabile nella stazza per esempio, per cui nulla da stupire, se le signore in vacanza alla prima spesa svuotano il negozio di generi alimentari come se fossero approdate su un’isola deserta, poiché di Domenica i commercianti pugliesi, giustamente, fregandosene di essere in luogo turistico rispettano i dettami divini, quindi vanno pure loro al mare o dove gli pare, lasciando le signore in profonda costernazione da budello vuoto. Trovato dopo vari tentativi l’unico negozio aperto nel raggio di 100 chilometri, l’Africana romagnola insiste pesantemente sull’acquisto della farina per fare le tagliatelle. 
Sì, avete capito bene, tagliatelle con sugo di carne, perché questa, folgorata dalla recente scoperta che gli uomini si
prendono pure per la gola, in modo selvaggio transita da mesi avanti ed indietro per tutto il nord Italia con tagliere e mattarello nel baule dell’auto, fascinando così un certo Carlo da Monviso, di taglio buddista, che passa nottate intere a piegare e mangiare cappelletti. Perché mai quindi toglierlo dal baule? Non si sa mai che venga un bisogno.
Quattro borse di cibo, pesche zero, quelle se le sono portate da casa ed alcune risentendo del viaggio sono pure in stato avanzato di decomposizione.
Vengono nettate e tagliate a pezzi quale macedonia, da portare in spiaggia appunto, ma successivamente gettate nel pattume perché acidule e un po’ puzzolenti.
Per cui comincia da subito ad insinuarsi la sensazione che sarà difficoltà superiore alle aspettative il perseguire l’obiettivo che ora è meglio identificabile con almeno non ingrassare come porcelle.

Se il buongiorno si vede dal mattino e nel caso delle nostre si vede benissimo, la colazione è un momento importante, innanzitutto perché si raccontano i sogni per filo e per segno, con relativo simposio interpretativo alternando il tutto a scofanate di biscotti intinti nel latte, fette imburrate con
marmellata e
nutella per la Lunga che si sa ne è ghiotta, che mentre ne mangia a cucchiate a grugno sogna la crema aurea del geologo torinese, mentre la Corta che per 350 gg. l’anno s’accontenta di un caffè bevuto in piedi e con l’orologio in bocca, non disdegna, risveglio dopo risveglio, aggiungere elementi in più al suo scarno caffè, fino a lamentarsi che il bicchiere della Ferrero è inesorabilmente vuoto per la terza volta. Tutto questo al grido dei luminari nutrizionisti di tutto il mondo che sostengono che la colazione è il pasto principale della giornata, a tal punto che la Lunga influenzata dal suo perfetto inglese di taglio americano lezze govuei, decide di farsi due uova al tegamino, tanto poi a pranzo si mangiano solo due pesche…L’Africana la segue il mattino successivo per vedere l’effetto che fa, mentre la Corta si fa i sandwich di biscotti e marmellata.

Ora ad essere franchi, la differenza la fa la melanina. Mentre l’Africana potrebbe stare al sole 18 ore
ininterrotte e provare a sera solo un leggero fastidio, le pallide delle comitiva, in particolare la Corta che soffre pure di vitiligine, sembra una mucca olandese, senza l’ombrellone non possono resistere sotto la randa per più di dieci minuti consecutivi, per cui spalmatissima di protezione 40 la ruminante, e spalmatissima di protezione insufficiente la seconda, l’eritema è sempre in agguato, già nel bagno quotidiano si sottopongono allo stress abbronzante, per cui il resto della mattina lo devono passare sotto l’ombrellone appollaiate come due avvoltoi, mentre l’ombra si rimpicciolisce con l’avanzare delle ore.
Diventa quindi una tortura perché anche il pollicione del piede destro deve essere sottratto alla furia bruciante a picco e sui sassi non si sta particolarmente comode. Per cui accaldate e con le chiappe provate da tanto immobilismo da contorsioniste, alla fine hanno i piedi in bocca, decidono di salire per fare un riposino sventolando la bandiera dei dermatologi di fama internazionale di evitare così le ore più dannose per la pelle.

La pineta, il tavolo fuori in veranda, l’orario consono, come dire, aiutano a pensare alla digestione di un pasto precedentemente ingurgitato, per cui malgrado venga condita con elementi naturali e non manipolati, le nostre si fanno mezzo chilo di pasta in tre, tanto è ad alta digeribilità, poi nuoteranno, quindi smaltiranno.
La sera sarà verdura, verdura, verdura. Le due pesche per domani, sotto l’ombrellone. 
Vagando così da un magnifico uliveto all’altro evitando accuratamente Tricase, le nostre si accorgono che i paesini pugliesi sono pieni di negozi di generi alimentari molto assortiti, nonché varie aziende agricole che producono olio di finissimo gusto e piacevole colore ambrato. Sarebbe sciocco acquistarlo di produzione industriale, per cui via a comprarne taniche da 5 litri, una, due, tre, quattro….come il vino, molto più economico se comprato in tanica, che se anche è bianco e alla Corta brucia lo stomaco, per fortuna, ad ogni pasto se ne fa fuori 2 o 3 bicchieri tanto è buono e fresco. Poi si sa il vino bianco con le pesche è la morte sua.


Per cui costrette da limitazioni fisiche, condizionate dell’atavico appetito, culturalmente capaci di mettere a tavola 20 persone e farle mangiare pure bene, stimolate da una terra ricca di sapori e profumi a sperimentare nuove combinazioni, le nostre si danno alla pazza gioia, cucinando pesce alla griglia, melanzane all’aglio e prezzemolo, sugo di calamari, pastoni piccanti di grande effetto sulle papille gustative e tagliatelle al sugo, perché sarebbe sacrilego rinnegare le proprie radici.
Avvolte da un piacevole turbine festaiolo, considerando la tavola un momento di grande condivisione, magnanime d’animo, non paghe di soddisfare il loro palato invitano i vicini ben contenti, a condividere pasti in veranda e al ristorante, vorticando tra origano, prezzemolo e peperoncino, aumentando così i già frequenti travasi d’olio e di vino che l’Africana fa prima di ogni lavaggio di piatti che a detta sua è attività assai rilassante, con conseguente e comprensibile rilassamento delle altre due che non spostano manco una forchetta.
Come ogni cosa di questo mondo tutto ha una fine e pure le ferie. Pensando alle auto come tir, perché nel frattempo si sono comprate: occhialini da mare, sandali di gomma, lettino utile in veranda per la pennichella, materassini multiuso, seggioline di plastica e soprattutto tonnellate di cibo, la mattina della partenza corrono e caricano e puliscono. Ad un certo punto, da un anfratto del frigo, spuntano eroiche tre pesche. Tre pesche sopravvissute al viaggio d’andata e rimaste imperiture quale vano proposito di linea perfetta. Inutile dirlo, senza rammarico e senza un minimo senso di colpa vengono gettate via.
E mentre appugliate nel cuore e nello spirito ma soprattutto nella gola le tre
signore e appendice pelosa, si lasciano alle spalle i campi coltivati a pomodori e melanzane la radio locale annuncia che si sono perse le tracce di un incauto turista entrato a Tricase alcuni giorni prima, si pregano i cittadini in grado di trovare la porta di casa loro, di dare comunicazione alle autorità competenti in caso di ritrovamento, nel frattempo la giunta riunita in straordinaria prenderà in serio esame la sistemazione della segnaletica stradale, ritenuta, che Dio li fulmini, insufficiente.
Il motto ora è: vedi Tricase e poi sparati, sempre che ci arrivi.
P.S. dopo circa 8 ore di viaggio la Lunga esordisce: adesso ci vorrebbe davvero una pesca.
Silenzio.
*Tricase è una ridente località vicino a S.Maria di Leuca. In realtà non l'ho mai visitata in quanto non sono mai riuscita ad entrarci infatti i cartelli d'entrata e d'uscita erano intervallati ogni 50 metri. Ho pensato che ne avessero stampati per errore una quantità esagerata e che avessero dovuto piazzarli ugualmente per giustificare in qualche modo la spesa.