Quante volte ci si sbaglia nel giudicare senza conoscere o semplicemente perché non si capisce una cosa, una persona.
Quante volte si ha paura di pensare con la propria testa per paura di essere esclusi dalla maggioranza. Quante volte, per necessità non si dice ciò che si pensa.
Gli artisti hanno spesso l’ingrato compito di sfondare portoni serrati, di fare da battistrada.
Così reietti in vita, spesso, hanno glorie solo postume.
Ma sono eroi, pacifici, sconquassatori a volte, più di un bellicoso statista.
Perché producono idee. Scomode.
Così, derisi da una cricca intellettuale un tantino ottusa, cacciati dalla giuria del Salon nel 1863 estri come Renoir, Monet, Degas, Pisarro, Sisley, Morisot e Cézanne vennero relegati al Palais d’Industrie battezzato Salon des refusès. (Salone dei rifiutati). Fu un disastro: stigmatizzato sin dall’inizio, divenne solo oggetto di scherno da parte del pubblico e la giuria lo classificò “contrario alla dignità dell’arte” e da non replicarsi. Tuttavia la forza di un pensiero comune ed innovativa e l’idea di esserci anche “al contrario” fece sì che questi artisti si ripresentarono nel 1873 per la seconda volta. Malgrado anche questo tentativo che risultò pessimo, nel 1874 gli stessi maestri decisero di tenere una loro mostra.
Manet il più conservatore, colui che per via di un anziano critico del Salon suo sostenitore, un certo Delacroix, riuscì ad inserirsi nel giro ufficiale del mercato, si astenne da questa iniziativa, convinto che il vero riconoscimento potesse esserci solo tramite il Salon.
Monet che non dava peso al titolo delle sue opere, quando gli chiesero il titolo delle stesse, disse di farle precedere dalla parola impression. Un critico sarcastico così definì tutti gli artisti esposti “gli impressionisti”.
Anche questa mostra fu un disastro, come la successiva del 1876, dove Pisarro continuava a dipingere alberi violetti che risultavano molto indigesti ai critici francesi, quanto le macchie verde-viola di Renoir sull’incarnato che vennero considerate macchie di carne in putrefazione.
Tranne Manet, tutti fecero vita grama, in particolare Monet, che doveva implorare crediti a benefattori per non morire di fame. Consiglio la visita della Sala ovale a Parigi, ovvero quella delle ninfee, per essere grati a quei benefattori che hanno permesso la vita ad un genio del colore.
Col tempo pian piano, le cose cambiarono e passando dall’ostilità all’indifferenza, e soprattutto grazie ad una critica riconoscente, non certo parigina, i nostri cominciarono a riscuotere consensi. Siamo negli anni 1880-1890. Praticamente un paio di giorni fa.
Onore a chi ha il coraggio di cambiare idea, se necessario, ma ancor più onore a chi si batte pacificamente e strenuamente per le proprie convinzioni.
La loro passione e la loro tenacia è ovvio che le ritroviamo ora, tra una pennellata di blu cobalto e una giallo cadmio, nella bellezza e nella forza concettuale e visiva delle impressioni che ci hanno lasciato fortunatamente, in eredità.