sabato, 31 marzo 2007

Visto che in questo momento mi sento particolarmente consona al titolo del post, riposto volentieri questo pezzo perchè lo reputo divertente.

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Potrebbe ricordare il titolo della serie televisiva "il bello delle donne" ma non è così perché i cessi pubblici per signore di bello hanno veramente poco. Vorrei riproporre per l’ennesima volta la domanda che mentalmente faccio tutte le volte che entro per esempio nei bagni di un autogrill: ma perché continuano a mettere tutte tazze e non le pratiche e più igieniche turche?

Sicuramente il soggetto che distribuisce cessi per tutta la rete autostradale è un uomo, su questo non ho dubbi. Ma porca paletta, avrà bene anche lui una moglie, una fidanzata, una sorella, la mamma, la nonna, la zia?! CHE LE INTERPELLI prima di fare boiate di questa portata.

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Ogni donna almeno una volta nella vita, ha dovuto ingaggiare una battaglia coi cessi pubblici, che si può vincere solo dopo anni di faticosa pratica in varie stagioni dell’anno perché l’abbigliamento ha la sua importanza e bisogna seguire accorgimenti specifici.

Esclusi rari casi dove apparentemente i bagni sono quasi decenti, di norma sono una schifezza che già avvicinarti per lavarti le mani avresti bisogno di una buona scorta di lisoformio. Quando poi tocchi con il ditino la maniglietta della porta, oggetto dall’aria innocente ma in realtà congegno terrificante a chiusura stagna o prossimo alla rottura, già umidiccia non si sa da cosa, di certo non roba tua, sei già consapevole che stai aprendo la porta dell’inferno. E quasi sempre è così.

 

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Se la stagione è estiva il problema è dato dalla nudità, ovvero da quanti centimetri quadrati di pelle hai esposta che possono toccare superfici definibili nella migliore delle ipotesi, non particolarmente igieniche. Per cominciare sarebbe opportuno indossare scarpe chiuse, ottime le scarpe da ginnastica con un po’ di zeppa, attenzione alle scarpe di tela perché possono inzupparsi, banditi gli infradito rasoterra, perché spesso i cessi sono un lago.  Un lago  di liquido non ben identificabile, di colore scuro, assorbito a tratti da tonnellate di carta ammucchiata negli angoli. I distributori di carta igienica e di salviettine sono rigorosamente vuoti. Per cui consiglio non ultimo, portarsi dietro l’occorrente per asciugarsi.

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Eppure tu pensi a questa miriade di signore in paziente attesa per entrare, come perfette donne di casa, i cui bagni saranno sempre lindi ed igienici, che spenderanno fortune in disinfettanti e profumi per rendere uno dei luoghi più intimi di casa loro come una bomboniera in cui potresti mangiarci dentro, e non puoi pensare che riducano un cesso in quelle condizioni. Eppure una spiegazione logica c’è. E’ la moltitudine penseranno i più.

Errore.

toilettes_a_secProvate ad immaginare cari signori, perché le signore già lo sanno, cosa significa doversi chinare su una cosa in cui non vorresti appoggiarti manco morta, in un luogo in cui potendo, voleresti, dovendoti pure spogliare e se hai abiti complicati meglio spararsi subito perché c’è da morire, e se ti scappa da 18 ore muori davvero se non la fai.

Quindi analizziamo l’abbigliamento. Le scarpe abbiamo già detto come sarebbe preferibile che fossero. I calzoni : meglio se un po’ attillati ma soprattutto stretti alla caviglia. Le zampe d’elefante anche arrotolate fino al ginocchio, nel momento topico possono srotolarsi e toccare il pavimento inzuppandosi. La gonna: potendosela permettere sarebbe funzionale mini, meno tessuto sei costretta a tenere in mano e meglio è, perché con una sola mano devi fare questo e con l’altra devi sfilare ciò che impedirebbe la minzione, pena farsela addosso e non sarebbe fine. Per le amanti come me, dei gonnelloni anni settanta, consiglio di tirarsi la parte posteriore sulla testa, sollevando la parte anteriore prima di cominciare a chinarsi fagottolandola tutta in una mano o sotto al mento se non basta, stando bene attente agli spinzi laterali che nella tensione possono sfuggire vanificando ogni sforzo. Sconsigliato il lino.

312276Tutto questo se non hai portato con te la borsa altrimenti sarebbe bene fosse munita di tracolla abbastanza lunga da metterla a guisa di bandoliera. Peccato che nel momento in cui ti chini in modo anomalo, il peso, perché le borse delle donne pesano sempre un quintale, la fa catapultare in avanti, col rischio che pure lei tocchi il pavimento schifoso o che ti tronchi la cervice. Se la borsetta invece è coi manici piccoli, come vanno di moda ora, oltre alla gonna devi tenere anche questa. Ottimo se messa fra i denti, sempre che non si faccia uso di protesi perché potrebbe risultare increscioso.

Ci sono quindi molte scuole di pensiero nello svolgere tale operazione con il minor numero di danni possibile.

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C’è la scuola delle salviettine, ovvero prima di sederti sulla tazza, scientificamente ne copri tutta la superficie con 8 strati di carta igienica o salviettine, ma se è bagnata, e si può intuire da cosa, o ne metti davvero uno strato corposo oppure passa il bagnato e si è punto e a capo, oppure nel movimento rotatorio per sedersi il mattone di carta cade rendendo vana la necessità di ridurre il tasso batteriologico del luogo a sedere.

Metodo che ritengo poco efficace, ma evidentemente ancora utilizzato considerati i mucchi spaventosi di carta che ci sono dentro a tutti i cessi delle donne.

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I cestini sono talmente pieni da chiedere pietà, quanto la foresta amazzonica desertificata.

L’alternativa e qui si richiede una certa capacità motoria, consiste nel montare in piedi sulla tazza, accovacciandosi dopo che hai trovato perfetto equilibrio senza doverti appoggiare da nessuna parte perché hai solo una mano libera, e poi fanno schifo pure le pareti. Dipende però da quanto è grande la tazza per non farla inevitabilmente fuori, ma soprattutto da quanto è largo il bordo della tazza stessa. Le scarpe in questo caso sono fondamentali, consigliata solo se si hanno scarpe da arrampicata.

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Infine rimane il tentativo classico definiamolo a 90 gradi, sempre che le scarpe siano quelle giuste e che si siano presi i giusti accorgimenti per l’abbigliamento del momento. Non è la posizione corretta si sa, ma se si hanno tutte le cose a posto e se ci si riesce ad inchinare a tal punto per vedere di centrare la tazza, la cosa può anche funzionare, a meno che non capiti l’imprevisto di una minzione ribelle che sventaglia oltre ogni previsione facendoti passare per una che a 40 anni non ha ancora imparato a fare pipì.

 

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(immagine di PIPOPIPO21)

La cosa come può essere facilmente intuibile, si complica in inverno.

La quantità e lo spessore degli indumenti indossati non aiuta certo le signore, costrette a contorsionismi che le atlete cinesi hanno inserito nei programmi olimpionici.

Solo le scarpe si salvano, spesso sono stivali alti e comunque sempre scarpe chiuse. Ma il bonus finisce lì. Perché ci sono i collant! Così imparate a non usare le giarrettiere diranno gli uomini. Ma mica dobbiamo andare nei cessi pubblici tutti i giorni no?

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Sconsigliato tentare di fare il tutto col cappotto, l’impresa è davvero impossibile, quindi meglio lasciarlo in auto e rischiare l’assideramento.

I cessi degli autogrill sono più puliti è vero, ma vogliamo pensare a quelli delle stazioni sciistiche?

Non escludo che molte signore preferiscano farsela addosso, tanto hanno una magnifica salopette sintetica che può reggere benissimo fino a sera e le calzature si sa sono a perfetta tenuta.

Ma se si decide che farsela addosso non è carino niente niente, ci si può pure avventurare nell’ardua impresa, e dopo che ti sei denudata, hai un freddo boia, e studi attentamente la situazione per come agire nel migliore dei modi e nel più breve tempo possibile ti accorgi che la porta del bagno non si chiude. Per cui a 90 gradi, col sedere di fuori, rischi di fartela addosso perché tenti di tener chiusa la porta con l’unica mano libera che hai. L’altra sta reggendo l’ultimo brandello di dignità che sta miseramente cadendo come le bretelle della salopette color rosa pallido.

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martedì, 27 marzo 2007

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Cito una bella frase di Joe Sentieri che ho sentito alla radio questa sera mentre tornavo dal lavoro:

Una persona è buona non se fa del bene, ma se non fa del male.

Ritengo che questa considerazione sia particolarmente adatta a questa signora che io stimo molto, Gabrilù.

Riservata, misurata nei modi e nelle parole quanto nelle esternazioni, ci offre con costanza e competenza saggi su molti aspetti culturali, ma soprattutto sulle letture di cui è davvero un'esperta.  Accompagna le nostre riflessioni e le nostre cognizioni senza dare giudizi, senza sputare sentenze nel totale rispetto delle opinioni altrui, regalandoci sempre, e questo è il vero dono, quelle che sono le sue  tracce intellettive sull'argomento, perchè è una persona che ama molto il confronto.

Lo facciamo tutti, penseranno i più, non è vero. Non così, non con la serietà  e il rigore che lei manifesta nelle risposte che lascia e ne sono certa, in ogni cosa che fa.

Non ama i fronzoli questa signora, le smancerie non sono il suo linguaggio comunicativo, ma è molto affettuosa a modo suo, molto attenta a ciò che la circonda, come penso che ami  stare in silenzio e ascoltare.

Per questo l'immagino che guarda lontano, assorta nei suoi pensieri, serena, perchè porta con sè la voglia di condividerli e noi gliene siamo grati.

Avrei potuto scrivere una frase o un pezzo di Proust che ama in modo particolare, ma lei lo sa fare molto meglio di me.

 

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sabato, 24 marzo 2007

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(sgnapisgiava)

Questa è La Danzatrice di Gambyong del teatro di burattini Wayang golek dell'isola di Giava.

E' colei che esce alla fine dello spettacolo e con la sua danza invita gli spettatori ad interrogarsi sulla morale dello spettacolo.

Una figura importante che mi ha ricordato la mia amica cp.

Anche lei con la dua danza si interroga sulla sua vita e ci fa riflettere sulla nostra, con tanta ironia.

Per questo le regalo questo colore da appendere nella sua cucina isolana, dalla quale escono profumi deliziosi.

 

 Credo sia giusto fornire alcuni elementi relativi a questo tradizionale spettacolo dell’isola di Giava da cui ho tratto l’ispirazione per dipingere la Danzatrice di Gambyong dedicata a cp.

Il Wayang golek, è uno spettacolo di marionette diffuso a Giava. Sono burattini di legno, tridimensionali, riccamente vestiti e dipinti in colori sgargianti, fissati su un tronco di banano tramite un bastone centrale.
I lakon (storie) che vengono messi in scena, derivano sia dai cicli epici del Mahabharata e del Ramayna e sono chiamati Waynag purwa, sia dai racconti della storia indo-giavanese a partire dal X secolo.
Nel Wayang purwa, il dalang (burattinaio) manovra i burattini di legno con le mani stando di fronte al pubblico, senza schermo.
Se vanno in scena lakon del repertorio Wayang purwa, la rappresentazione dura dalel nove di sera fino all’alba, se invece si tratta di spettacoli tratti dalla storia locale, possono essere rappresentati di giorno e durano due ore.


L’utilizzo di un burattino , la danzatrice in particoalre, del Wayang golek in una rappresentazione del teatro delle ombre è molto interessante: la sua comparsa sulle scene avviene soltanto alla fine dello spettacolo, con movimenti della danza Gambyong.  Il significato di tale apparizione, che non ha alcun nesso con il tema e i personaggi dello spettacolo in corso è da ricercarsi nel temine Golek che significa appunto “ricerca”: prima di tornare a casa, il pubblico viene invitato a riflettere sulla storia appena narrata e cercarne la morale.

Il ruolo del dalang è di primaria importanza perché è il regista e lo sceneggiatore. E’ colui che sceglie i lakon, le musiche, le voci oltre al finale della storia che varia di volta in volta a seconda delle circostanze. Non è una professione che s’impara in poco tempo, richiede molta conoscenza, molta dedizione e talento e spesso è tramandata di padre in figlio. Esistono inoltre dalang donne, ma oggi meno che in passato.

Ai burattinai si attribuiscono anche poteri magici e soprannaturali e in ogni caso vantano una conoscenza approfondita della mitologia e della filosofia giavanesi tanto da essere paragonati agli ecclesiastici in occidente. (Curioso paragone aggiungo io).
Esistono due categorie di dalang, quelli di campagna più legati alle tradizioni e quelli di corte definiti più colti. In realtà il confine tra le due categorie è labile tanto è vero che vengono chiamati a rappresentare sia gli uni che gli altri indifferentemente in tutte le occasioni.

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martedì, 20 marzo 2007

 

L’altra sera ero a cena da un caro amico che compone pezzi musicali.

Terminata la cena, imbracciata la chitarra, mi ha fatto ascoltare una delle sue ultime creazioni.

Un pezzo bellissimo, che ricorda le antiche ballate del nord europa.

Gli chiesi il titolo, Dance macabre rispose.

Perché un pensiero di morte? Perché è parte della vita, disse.

Poi mi spiegò l’origine della Dance macabre che non conoscevo.

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Il termine deriva probabilmente da "danse macabré" o "danza dei Maccabei" eroi biblici il cui culto è avvicinato a quello dei morti.
Il genere d'arte della "Danza Macabra" nacque e si sviluppò probabilmente in Francia tra la fine del XIV secolo e l'inizio del successivo, soprattutto nelle rappresentazioni figurative ma anche in letteratura e nel teatro. Il termine macabro deriva dal francese macabre introdotto nel periodo romantico recuperando l'antico termine macabré, forse inizialmente un nome proprio poi trasformatosi in aggettivo.
L'origine etimologica è incerta, forse risale al siriaco "marqadta" o "maqabrey", rispettivamente "danza" e "becchino", o ai martiri Maccabei perseguitati da Antioco di Siria celebrati con riti in memoria dei defunti che prevedevano danze allegoriche. Il significato di macabro è "ispirato alla morte, funebre, lugubre, grottesco".
L'origine della Danza Macabra è ancora sconosciuta, sebbene ci siano molte teorie. Una cosa è certa: il termine "Danza Macabra" fu conosciuto e usato prima del 1424 (anche prima della creazione della danza macabra di Parigi).

Nel suo poema intitolato "Respit de la Mort", Jean Lefebre scrisse:

 

Je fis de Macabre la danse,
Qui tout gent maine à sa trace
E a la fosse les adresse.

 

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Feci la danza di Macabro
che a tutti fa seguire i propri passi
e li conduce alla fossa

Non è difficile pensare che questo poeta fosse appena sfuggito alla morte mentre scriveva queste righe. Sappiamo che era appena stato dimesso da una seria malattia.
Nel Medioevo, la Danza Macabra fu ideata come ammonimento per gli uomini potenti, come conforto per i poveri, e infine come invito a condurre una vita responsabile e cristiana. Ma è la sua fondamentale idea è ancora più semplice, e senza tempo: il richiamo alla brevità della vita. Ricorda agli uomini che tutti dovranno morire, senza alcuna eccezione. Non è una sorpresa che ogni secolo, dal Medioevo ha avuto la propria Danza macabra.
Nella Danza macabra una serie di scheletri ghermisce in scene successive, o comunque in una sorta di corteo, personaggi diversi che rappresentano tutte le fasi della vita e tutte le classi sociali, a significare che ogni uomo - dal vecchio al giovane, dal povero al sovrano - sono destinati a divenire preda.

Tra i più noti esempi di danze macabre quattrocentesche: l'affresco della chiesa di San Lazzaro a Como (oggi andato perduto) e quello di Clusone, oppure le serie di incisioni di Hans Holbein note come Alfabeto della morte (ad ogni scena è riferita una lettera) e la Danza macabra costituita da 45 scene.
Le danze macabre sono per la maggior parte affrescate (raramente su tela) sui muri esterni di chiostri, di sepolcri, di ossari o all'interno delle chiese. Questa tipologia di affreschi rappresentano dei corpi emaciati o scheletri appaiati con delle rappresentanze delle varie classi sociali. Il numero di personaggi e la composizione della danza è variabile.
In questo tema affiorano anche elementi di violenta satira sociale. Ogni scheletro è, rispetto al vivo che costringe suo malgrado a danzare, il suo doppio: così sarà un'orribile donna-scheletro ad afferrare una bella fanciulla che si rimira allo specchio, oppure sarà uno scheletro con la mitria in testa ad afferrare, beffardo, il vescovo che invano cerca di tenersi aggrappato al tavolo ingombro di monete e di gioielli, segni di una falsa vocazione religiosa: morire è una sorte comune che non privilegia chi è stato favorito dalla bellezza, ricchezza o posizione sociale.
L'inesorabilità di una tale legge dà ai poveri ed ai diseredati la triste consolazione di vedere la morte come regolatrice di ogni giustizia.
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domenica, 18 marzo 2007

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(sgnapisdanza)

Lei arriva soave e leggera regalandoci immagini e parole di grande bellezza.

Come una danza che non finisce mai, come un profumo che parla di vita.

 

Le rose

 

Se, d’ambrosia spirando, le rose si disfanno,

 E là, dove l’oblio recan l’onde assonnate,

.

le loro ombre sul Lete  fioriscon profumate.

ai campi Elisi, lievi le loro anime vanno.

A. S. Puskin

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venerdì, 16 marzo 2007

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(sgnapisnebbia)

 

A volte è necessario essere avvolti dalla nebbia per comprendere davvero le cose, perchè si è costretti a guardarle da dentro.

Così fa la mia amica che abita la laguna vicino al faro dell'isola.

Lei guarda dentro alle cose e ciò che ne racconta è sempre pieno di poesia.

Riporto quindi la poesia che lei ha scelto per il suo ultimo post perchè la ritengo particolarmente adatta.

Ulisse

 

Nella mia giovinezza ho navigato
lungo le coste dalmate. Isolotti
a fior d'acqua emergevano, ove raro
un uccello sostava intento a prede,
coperti d'alghe, scivolosi al sole
belli come smeraldi. Quando l'alta
marea e la notte li annullava, vele
sottovento sbandavano più al largo,
per fuggirne l'insidia. Oggi il mio regno
è quella terra di nessuno. Il porto
accende ad altri i suoi lumi; me al largo
sospinge ancora il non domato spirito,
e della vita il doloroso amore.

(Umberto Saba)

***

Inviatami da Eros, pubblico questa poesia di Machado, perchè bellissima e perchè in spagnolo.

***

Es una forma juvenil que un día
a nuestra casa llega.
Nosotros le decimos: ¿Por qué tornas
a la morada vieja?
Ella abre la ventana, y todo el campo
en luz y aroma entra.
En el blanco sendero
los troncos de los árboles negrean;
las hojas de sus copas
son humo verde que a lo lejos sueña.
Parece una laguna
el ancho río entre la blanca niebla
de la mañana. Por los montes cárdenos
camina otra quimera.

(Antonio Machado)

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mercoledì, 14 marzo 2007

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(sgnapisgabbiano)

Dedico alla mia amica  Gaja, che ama la luce del Nord come me, questa immagine di libertà.

 

 

Alla deriva! Un piccolo battello alla deriva!
E la notte sta scendendo!
Nessuno guiderà un piccolo battello
Alla città più vicina?

 

Così marinai dicono - che ieri -
Proprio mentre il crepuscolo imbruniva
Un piccolo battello abbandonò la lotta
E gorgogliò giù e giù.

Così angeli dicono - che ieri -
Proprio mentre l'alba rosseggiava
Un piccolo battello - stremato dalle raffiche -
Rialzò l'alberatura - rispiegò le vele -
E si lanciò - esultante lassù!

Emily Dickinson

(traduzione di Giuseppe Ierolli)

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sabato, 10 marzo 2007

Sarà per via di quest'aria marzolina così piacevole e fresca che ho voglia di parlare di animali.

Riporto questa introduzione su un'opera deliziosa di Giacomo Leopardi che i più conosceranno e che a me è piaciuta tanto per arguzia, composizione e stile.

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Riccardo Bonavita
Morte, materia, riso: l'inferno secondo Leopardi

 

Se nell'autunno del 1842 un parigino curioso, o attento a non farsi sfuggire libri pericolosi ed eretici che non potevano essere pubblicati in Italia, fosse entrato al numero 3 del Quai Malaquais nella «Libreria europea» gestita dall'editore Baudry, avrebbe forse potuto sfogliare una delle rarissime copie di un'opera degna di figurare, magari a fianco di alcune autobiografie d'arcangeli, nei vertiginosi scaffali della Biblioteca di Babele. Si tratta di un breve poema eroicomico a cui un materialista convinto e conseguente come il conte Giacomo Leopardi aveva consegnato, tra l'altro, la sua disincantata e paradossale rappresentazione burlesca dell'inferno. Ma l'ipotetico lettore avrebbe dovuto possedere una cultura ed una sottigliezza non comuni per destreggiarsi fra i tanti tranelli predisposti da un'opera variegata e sfuggente, che gioca a dissimularsi fin dal titolo, Paralipomeni della Batracomiomachia, come la fatica singolare e démodée di un erudito bislacco o di un filologo verboso.


Paralipomeni della Batracomiomachia, ovvero «continuazione della guerra tra le rane e i topi», se traduciamo quei grecismi tecnici e pomposi che suonavano all'epoca non meno volutamente inattuali di come sono risuonati alle orecchie novecentesche altri titoli, quali Hermaphrodito, Hilarotragoedia o Sinagoga degli iconoclasti (rispettivamente di Alberto Savinio, Giorgio Manganelli e Juan Rodolfo Wilcock). Dunque continuazione di un apocrifo burlesco, quella parodia animalesca dell'Iliade che qualche letterato dell'età ellenistica compose per attribuirla falsamente ad Omero, e che si chiude sulla rovinosa disfatta dei topi, sbaragliati dal mostruoso esercito dei granchi, inviato da Giove in soccorso delle rane messe a rischio di estinzione dalla sconfitta.

 

Questo sequel si apre senza prologhi o preamboli sulla vorticosa fuga dei topi, paragonata non senza malizia a quella dell'esercito papalino davanti ai francesi repubblicani, del 1797, e a quella dei liberali belgi di fronte ai monarchici olandesi (Lovanio, 12 agosto 1831). Un narratore dalle molte facce, propenso alle parentesi, agli interventi più diversi ed alle digressioni, un poco come Tristram Shandy ed un poco come gli autori dei cantari e dei poemi cavallereschi, racconta poi le peripezie dei topi vinti.  Tutto teso a conseguire inediti effetti di alternanza tonale, avvicenda registri comici, lirici, eroici, grotteschi, sublimi e tragici, saccheggiando il repertorio lessicale e tematico della tradizione letteraria antica e moderna, con una spiccata propensione per i classici dell'epica, i cicli cavallereschi, gli Animali parlanti (poema satirico allora molto celebre del settecentesco abate Casti), ma anche per i Canti, le Operette morali, i Pensieri (e l'ancora ignoto Zibaldone) del suo alter ego Giacomo Leopardi. A più riprese sostiene di attingere il materiale per le sue ottave da antichissime pergamene (non diversamente da Pulci, Boiardo o Ariosto ma anche dall'autore dei Promessi sposi), che sul più bello finiranno però col rivelarsi irreparabilmente monche.

 

CANTO PRIMO

 

1

Poi che da’ granchi a rintegrar venuti

Delle ranocchie le fugate squadre,

Che non gli aveano ancor mai conosciuti,

Come volle colui ch’a tutti è padre,

Del topo vincitor furo abbattuti

Gli ordini, e volte invan l’opre leggiadre,

Sparse l’aste pel campo e le berrette

E le code topesche e le basette;

                                                                            ...

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domenica, 04 marzo 2007

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(SgnapisIsola)

.

L'ALBATRO

.

 

Sovente, per diletto, i marinai catturano degli albatri,

grandi uccelli marini che seguono, indolenti

compagni di viaggio, il bastimento scivolante sopra

gli abissi amari.

.

 

Appena li hanno deposti sulle tavole, questi re

dell'azzurro, goffi e vergognosi, miseramente

trascinano ai loro fianchi le grandi, candide ali, quasi

fossero remi.

.

 

Com'è intrigato, incapace, questo viaggiatore alato!

Lui, poco addietro così bello, com'è brutto e ridicolo.

Qualcuno irrita il suo becco con una pipa mentre un

altro, zoppicando, mima l'infermo che prima volava.

.

 

E il Poeta, che è avvezzo alle tempeste e ride

dell'arciere, assomiglia in tutto al principe delle nubi:

esiliato in terra, fra gli scherni, non può per le sue ali

di gigante avanzare di un passo.

.

C.Baudelaire

.

Traduzione postata gentilmente da Zop che pubblico volentieri perché molto musicale e per questo molto bella.



Per dilettarsi, sovente, le ciurme
catturano degli àlbatri, marini
grandi uccelli, che seguono, indolenti
compagni di viaggio, il bastimento
che scivolando va su amari abissi.


E li hanno appena sulla tolda posti
che questi re dell'azzurro abbandonano,
netti e vergognosi, ai loro fianchi
miseramente, come remi, inerti
le candide e grandi ali. Com'è goffo
e imbelle questo alato viaggiatore!


Lui, poco fa sì bello, com'è brutto
e comico! Qualcuno con la pipa
il becco qui gli stuzzica; là un altro
l'infermo che volava, zoppicando deride.


Come il principe dei nembi
è il Poeta; che, avvezzo alla tempesta,
si ride dell'arciere: ma esiliato
sulla terra, fra scherni, camminare
non può per le sue ali di gigante.
.

.

Bellissima traduzione di Gesualdo Bufalino inviata da Erostratos, che pubblico molto volentieri perché molto suggestiva.

 

Spesso per passatempo, acchiappano i gabbieri
un di quei grandi albatri, uccelli d’altomare,
che, come pigre scorte, i nomadi velieri
sogliono sugli amari vortici accompagnare.

Sono appena deposti sul ponte che s’accasciano,
questi re dell’azzurro, con vergogna impotente,
e le grandi ali candide lungo i fianchi si lasciano
pendere come remi malinconicamente.

Il viator volante, com’è sgraziato e stroppio!
Lui, già sì bello, come laido e comico sembra!
V’è chi il becco gli stuzzica con la pipa, chi zoppica,
scimmiottando l’impaccio delle povere membra.

Poeta, anche tu abiti nel cuore della folgore,
e sfidi i dardi, e sopra le nuvole t’accampi:
esule sulla terra, fra i dileggi del volgo,
nell’ali di gigante ad ogni passo inciampi!

.


Pubblico volentieri anche questa traduzione di Errante inviatami da Mariastrofa perchè la ritengo molto molto bella.

Sovente, per trastullo, gli uomini d'equipaggio
fan prigioniero un albatro, grande uccello dei mari,
mentre segue, indolente compagno di viaggio,
il vascello che scorre sovra i gurgiti amari.

Ma l'han deposto appena sulle tavole ingrate,
che quel Re dell'azzurro, intimidito e stanco,
lascia pietosamente l'ali di smisurate
arrancar come remi, pendule a ciascun fianco.

Oh com'è goffo e imbelle, il viatore alato!
Splendido poco innanzi, ora grottesco e monco.
Chi con la pipa mozza provoca il becco alzato;
chi, claudicando, imita l'ansia del volo cionco.

Il poeta somiglia a quel re degli spazi,
che, aduso alle tempeste, va sfidando il destino.
Esule sulla terra, tra le beffe e gli strazi,
le ali di gigante gli inceppano il cammino.


(Vincenzo Errante)

Riporto con piacere il commento di Triana perchè è di una bellezza commovente.

Come credo che questa bellissima poesia si abbini bene all'immagine dei  marosi isolani che ricordano un po' le avversità della vita e della forza necessaria per superarle.  Da soli è sempre più difficile.

La storia tristissima degli albatros cantata da Baudlaire e riportata qui da questo susseguirsi di traduzioni
sempre più belle, mi ha fatto venire in mente la sorte più felice del cerilo, il maschio delle alcioni che, narra la leggenda, quand'è troppo vecchio e stanco, viene circondato dalle femmine ch lo acompagnano e lo sorreggono nel volo. E lo stupendo frammento di Alcmane, che riporto qui in tre diverse traduzioni: le prime due sono di Quasimodo, la terza in realtà non lo so. Non mi convincono del tutto. Qualcuno vuole dare la sua?

Il cerilo (Alcmane)

O fanciulle che il dolce suono seguite con soave
voce, non più le membra ho docili. Fossi il cerilo
che con le alcioni passa sereno sul fiore dell’onda,
uccello di primavera, colore delle conchiglie!


O fanciulle di dolce voce e dall’amabile canto,
il corpo più non mi regge.
Fossi il cerilo che le alcioni sorreggono sul fiore dell’onda,
uccello di primavera,
colore delle conchiglie!


Fanciulle dal canto di miele, dalla voce sacra, non più
le membra possono portarmi. Oh, fossi io un cerilo,
che sul fiore dell'onda, insieme alle alcioni vola,
con il cuore che non conosce paura, sacro uccello, colore della porpora marina.


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sabato, 03 marzo 2007

Canto silenzioso (Gelsomina de Maio)

Io Sanremo non l'ascolto di certo, non l'ho mai ascoltato, non è un progamma che m'interessa e via dicendo, così sento dire dalla gente alla vigilia del Festivallo della Canzone italiana. E poi gli ascolti sono di 11 milioni e passa. Allora con chi parlo io di solito, con dei marziani? Parebbe di sì.

Io che non mi vergogno di dire che guardo pure Bruttiful, ammetto che in queste serate, privata della vostra dolce compagnia ho guardato Sanremo, ma sopattutto ascoltato.

Mi pare evidente che sto invecchiando inesorabilmente: mi è piaciuto, complessivamente mi è piaciuto. Non sto gridando al miracolo sia chiaro, ma quest'anno credo che sia stato dato risalto alla musica italiana, se non altro per la scarsa presenza di ospiti stranieri per lasciare il posto, giustamente, ai meravigliosi artisti di casa nostra, Elisa per dirne una e Tiziano Ferro a seguire.

Per cui:

Paolo Meneguzzi

Musica

Ben cantata e orecchiabile certo: banale

Milva

The show must go on

Poteva rimanere a casa la dolce Milva, dalla fulva chioma fluente.

Strehler non era presente quanto la dentiera. Di questo Ruggeri se ne fa anche a meno.

Nada

Luna in piena

Coraggiosa, anche troppo. Testo bellissimo, peccato che lei si sia presentata come una bordeline con voce da viados. Non è più necessario conciarsi così per sembrare fuori dal coro, soprattutto se si vuole stare nel coro. Si fosse pettinata almeno...

Paolo Rossi

In Italia si sta male

Che cosa gli sia venuto in mente non lo so.

Che abbia vinto la terra dei cachi sette lustri fa non significa che si possa fare qualunque cosa anche in modo osceno. Poteva evitare non è stato nemmeno ironico.

Antonella Ruggiero

Canzone fra le guerre

Voce straordinaria. L'esecuzione col coro alpino assolutamente strepitosa, anche se ritengo che non combattendo più sul Piave sarebbe stato meglio un coro lirico. Non è una canzone per Sanremo secondo me.

Testo bellissimo, musica suggestiva, di una tristezza assoluta. A me Saneremo piacerebbe più leggero, pazienza. E' uno dei pezzi migliori.

Daniele Silvestri

La paranza

Ecco cosa intendo per pezzo leggero, orecchiabile, ballabile, non geniale ma che si ascolta volentieri. Lo risentiremo di certo.

Stadio

Guardami

Mi è dispiaciuto per gli Stadio che ammiro. Ma questa volta hanno toppato.

Tosca

Il terzo fuochista

Mi piace molto, per me dovrebbe vincere il festival.

Bello il testo, non banale, orecchiabile, ballabile, cantata bene.

Velvet

Tutto da rifare

Così è se vi pare. Senza infamia e senza lode.

Giudicheranno i giovani. Banale

Zero Assoluto

Appena prima di partire

Meglio dei Velvet

Leda Battisti

Senza me ti pentirai

Vergogna

Marcella e Gianni Bella

Forever per Sempre

Ho una discussione in corso col mio fidanzato che sostiene che è la miglior canzone del festival. Ognuno la può pensare come crede. A parte il giro di accordi iniziale è di una banalità perfino eccesiva per il festivallo a mio avviso. Di questi familiari se ne comincia ad avere gli zebei pieni.

Fabio Concato

Oltre il giardino

Coraggioso anche Concato con questo bel pezzo che con la maniestazione canora non c'entra nulla. Bello però. Menzione di riguardo.

Simone Cristicchi

Ti regalerò una rosa

Probabile vincitore del Festivallo.

Pezzo buono anche se ravanare nei buoni sentimenti è facile e pure un pò meschino e volgare. lo preferivo quando voleva fare Biagio Antonacci.

Johnny Dorelli

Meglio così

Ah....che meraviglia, che voce. Strepitoso il nostro Frank nazionale. Bel pezzo di gran classe.

Francesco con Roby Facchinetti

Vivere normale

Sarò breve: inqualificabili. Come sputtanarsi una cariera in 3 minuti. Il figlio dovrebbe andare a fare lo zappatore.

Amalia Gre'

Amami per sempre

Menzione speciale sia per il pezzo sia per colui da cui si è fatta accompagnare. Molto molto bravi

Mango

Chissà se nevica

Inutile presenza

Piero Mazzocchetti

Schiavo d’amore

Non la ricordo nemmeno. Ah è quello che canta come un tenorino...ummm

Al Bano

Nel perdono

Tipica Albanata. Però sa cantare questo Albano, che ha presentato un pezzo con forte marcatura di Renato Zero. Complessivamente piacevole.

 

Nella sessione giovani ha vinto colui che guarda tutti con grugno duro e dice cose impegnate ,perchè una canzone secondo lui smuove le coscienze: Fabrizio Moro che per nostra "fortuna" Pensa. Se così fosse, il mondo anzichè peggiorare sarebbe bellissimo ormai, visto che la canzone non l'ha inventata lui. Anzi, a ben pensarci la sua assomiglia tanto alla famosa di Jovannotti, Tempo. Io avrei fatto vincere Romina Falconi che ha una voce strepitosa. Centomo è molto caruccio e farà carriera per questo, gli sponsor della valigeria i Pquadro con le loro Malinconiche seghe, pardon sere, dovrebbero partire per un viaggio appunto. Ma va bene così. Questa sera io e il mio fidanzato guarderemo la finale e ci daremo botte da orbi, che a noi ci piace tanto.  Buona visione a tutti.

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