(Gerri1 e Gerri2)Estate
Eravamo a Senorbì, minuscolo paesino della Trexenta, area preistorica-nuragica situata nella parte settentrionale della provincia di Cagliari.
Il babbo, vigile del fuoco, si fece trasferire perché io potessi cambiare aria , fare del mare buono e potessi così migliorare il mio stato di salute poiché mi diagnosticarono la psoriasi, una malattia della pelle definita incurabile, ma che col sole, dicevano, se ne sarebbe rallentato il decorso degenerativo.
Solo dopo molti anni e dopo molto cortisone, per fortuna, si scoprì che quella diagnosi era sbagliata. Merito di quel travaglio però, io conobbi la Sardegna, che amai subito, incondizionatamente, come se vi fossi nata.
In paese alloggiavamo presso una signora, Assunta, che allora mi pareva molto anziana anche se aveva meno degli anni che io ho adesso.
Viveva in una casa modesta, pulitissima, piena di cesti di giungo intrecciato fatti da lei nel rispetto della tradizione tramandata di madre in figlia.
La pigione pagata dai miei le serviva per arrotondare la misera pensione del marito pastore, deceduto poco tempo prima, ma nulla di lei e della sua vita, facevano pensare alla povertà o alla miseria, nemmeno la poca carta musica sulla tavola, ovvero il pane carasau, tenuta da offrire agli ospiti col pecorino fresco e le fave intinte nel sale e che quindi non si poteva toccare. Tutto aveva una precisa misura per Assunta e il metro era la sua grande dignità. Non aveva figli.
Sempre vestita di nero e sempre con un leggero sorriso sulle labbra, pregava ogni giorno in memoria del marito e dei suoi cari, estinti. La osservavo in silenzio nell’ombra della casa, nascosta dal battente della porta, quando, assorta, si accomodava il velo di pizzo bianco in testa e arrotolava il rosario tra le dita. Mi piaceva molto Assunta anche se la guardavo un po’ in distanza, era molto rigorosa e tanto buona.
E poi aveva un giardino pieno di limoni. Mi piaceva asciugarmi i lunghi capelli al sole, in mezzo a quei colori. Mi sembrava che diventassero ancora più biondi a respirare tanto profumo di limone. E lei ogni volta ne staccava uno e me lo passava e ne prendeva un altro e lo addentava con forza. Rideva forte così, a bocca aperta e facevamo le facce perché erano molto bruschi e succosi.
Era più grande della mamma, ma non di tanto, ed andavano molto d’accordo. Allora non m’interessavano le loro confidenze, ma di certo avevano molte cose da scambiarsi tanto erano diverse. L’una, asciugata dal vento secco e caldo, esile e pallida, perché le Signore non prendono il sole, mia madre, giunonica e morbida abituata alle nebbie padane ma con un incarnato da nordafricana. Era bello vederle insieme, che parlavano del loro corredo matrimoniale che entrambe avevano ricamato a mano pezzo per pezzo.
Un giorno Assunta entrò in casa più allegra del solito, più ciarliera e sorridente. La mamma stava preparando il pranzo e io ero in giardino a giocare. Con l’entusiasmo di una bambina a cui avessero fatto un regalo ci annunciò la sagra di paese che sarebbe cominciata dopo pochi giorni e che ci sarebbe stato un gran daffare anche per noi.
Mi dilungherei troppo nel raccontare quanta operosità ci fu in quella settimana, quanti preparativi febbrili e quanti uomini andavano su e giù per le strade a portare cose e a tirare cavi e luci. Le donne, abbandonati i lavori di cucito che facevano nelle ore pomeridiane, sedute sulla soglia di casa, preparavano pani di forme bellissime e ceste piene di dolci che avvolgevano in carte colorate. Anche Assunta aveva messo la tovaglia di pizzo sulla tavola del soggiorno e preparava dolci in grande quantità aiutata da mia madre che mi strillava in continuazione e mi picchiava sulle mani perché non li rubassi. Solo Assunta, col suo sguardo capace di dire tante cose, mi teneva buona, ma alla fine un paio riuscivo a rubarli ugualmente, o meglio, me lo lasciavano fare. Erano buonissimi.
Il babbo era spesso in servizio e stava in caserma anche una settimana di fila perché quello era il periodo dei grandi incendi e in quel territorio così impervio e selvaggio era molto faticoso spegnere i focolai seminati per i boschi. Tornava a casa per un paio di giorni e poi ripartiva per il distaccamento sito in montagna. Lo vedevo poco però mi dava la sensazione di essere felice. Aveva trovato molti amici, tra i quali Zuddas, che gli faceva da guida e lo aiutava a tracciare i percorsi tra le montagne e raggiungere gli incendi. Il babbo con la sua squadra, spegneva il fuoco con le frasche, perché l’acqua per quanto ne abbondasse nel sottosuolo, non emergeva in nessun bacino da cui poter attingere. Ha passato momenti difficili e anche pericolosi, ma ancora oggi ricorda quel periodo come uno dei più belli della sua vita. E’ un popolo concreto quello sardo, molto orgoglioso delle proprie origini con un forte legame per le tradizioni. Come mio padre.
Venne il giorno dell’apertura della sagra e il babbo che era a casa, per l'occasione, decise che saremmo andati tutti in piazza a festeggiare. Allora Assunta prese mia madre per un braccio e la trascinò in camera da letto che ne uscì poco dopo, vestita con l’abito tradizionale del paese. Era così bella che non mi ricordo di averla vista così raggiante altre volte. Anche Assunta era contenta, forse un po’ commossa. Probabile che quell’abito le ricordasse momenti belli della sua vita che non avrebbe più vissuto. Tratteneva l'emozione coprendosi la bocca con la mano in una forma di gioia pudica.
Uscimmo tutti e tre, la mamma era molto lusingata, io invidiosa, che avrei voluto anch’io un abito così. E a nulla valsero le insistenze anche di mio padre, di cui Assunta aveva un po’ soggezione, per portarla con noi. Lei era in lutto e non avrebbe potuto partecipare a feste per molti anni ancora. Ci salutò dalla finestra a piano terra, sorridente e orgogliosa che qualcosa di lei fosse con noi.
Mi auguro che stia bene Assunta, nel suo giardino di limoni, col suo sguardo mesto e il suo velo di pizzo bianco per il rosario. Penso ora, che fosse il velo da sposa.









