Scrivo per chi
non taglia l’acqua con le mani
affonda e non ha voce
stoppie nella sua gola sottoriva
all’orecchio del gelo
scrivo per lei che tace
in doppia solitudine
d’insenature e di colline
lanterne in fitta alberatura
ciafciaf scarpe di gomma
si chiamano calosce
servono mai?
L’Uccellatore ha timpani di vetro
Ma dove li hai nascosti
fiori argento?
Astrifiammante ha mani ghiacce
e nell’acuto
finirà l’assolo.
Dedicato a Cristina che scrive poesie che parlano del mondo delle donne, di quello che di solito si tace e di quello che si crede non si possa più urlare.
Spesso scrive d'amore per la vita.
Ore 19,54
Stanchissima, dopo una giornata infernale, sono in auto, in colonna, chilometrica, per arrivare alla rotonda dell'acquedotto, importante snodo dell'area nord-ovest della città.
Brazil dei Manhattan transfer non cambia più di tanto il mio umore: pessimo.
E' un periodo così.
Mi arresto di colpo dietro una Multipla. Le odio queste automobili, sembrano scatoloni con le ruote e di solito gli autisti sono imbranati senza speranza. Per me è colpa dell'auto.
Con la speranza di allontanare torbidi pensieri, canticchio per distendere i nervi, mi giro verso sinistra e guardo fuori dal finestrino.
Manifesto elettorale 3 metri x 2 con faccione stampato sul lato sinistro, che sorride. Non faccio in tempo a leggere il nome, tanto mi basta il simbolo per capire che quel soggetto lì, con me, ha ben poco da spartire, forse nemmeno i natali.
Lo slogan recita: Reggiani è ora di cambiare, dopo 64 anni ce la possiamo fare!
Mi giro di colpo dall'altra parte e guardo l'individuo che guida l'auto affiancata alla mia. Mi verrebbe da chiedergli: ma hai letto che stronzate scrivono questi?
Vedo l'immagine di mio nonno Nello, partigiano e militante delle Reggiane morto nel '73. Se penso alla politica è lui il primo riferimento.
Ingrano la prima, la colonna si muove. L'umore è decisamente peggiorato. Tuttavia improvvisamente mi viene voglia di regalare dei fiori a questi soggetti politici, di un bel colore che ricorda quello del loro partito.
Che non si dica di me, che non sono una personcina gentile.
(frutto)
Dal greco : pianta velenosa (aconitum).
La pianta infatti risulta conosciuta fin dai tempi dell’antichità omerica.
Veniva usata come simbolo negativo (maleficio o vendetta) nella mitologia dei popoli mediterranei.
Il nome del genere sembra derivare anche dall’uso che se ne faceva in guerra : dardi e giavellotti con punte avvelenate.
Plinio ci dice invece che il nome deriva da "Aconae", una località legata alla discesa di Ercole agli inferi (probabilmente vicino a Eraclea).
La pericolosità della pianta era ben presente agli antichi se ancora Plinio la cita come "arsenico vegetale".
Si racconta anche che nell’isola di Ceo, gli anziani ormai inutili venivano soppressi con tale veleno.
Nel Medioevo l’aconito venne chiamato con diversi nomi : Cappuccio di monaco o Elmo di Giove o Elmo blu, sempre in riferimento alla sommità del fiore.
Nel '500 era conosciuta per le sue presunte capacità contro la puntura di scorpioni ( "Herbal or General History of Planets" - Londra 1597).
Il nome della specie deriva dal latino per rapa in riferimento alla particolare forma del rizoma.
Il nome comune Strozzalupo deriva dal fatto che alcuni popoli antichi la usavano per avvelenare i lupi e le volpi.
NOMI COMUNI:
Strozzalupo
Erba tora
Risigallo
Erba riga
Radice del diavolo
Ti dedico Mimma in questo nono mese di assenza. Una finestra aperta sulla speranza di poter accettare, un giorno
Di Roberto si avverte la presenza perché la palla batte contro la facciata del palazzo di fronte con ritmo costante.
Sono le due di un afoso pomeriggio estivo, come solo i pomeriggi nella piatta pianura padana possono essere. La città pare liquefarsi e l’aria immobile odora di asfalto fuso.
Mimma fissa il nastro luminoso non più largo di una spanna, delineato dai bordi degli scuri quasi accostati.
In piedi, immobile, quasi trattenendo il respiro, osserva il suo mondo che ogni giorno si svela sempre uguale e sempre diverso.
Sono molto amici lei e Roberto, anzi, Mimma mi ha confidato in segreto che lo vorrebbe sposare un giorno, quando sarà grande.
Sono appoggiata allo stipite della porta e la osservo. Ancora non mi ha vista. Scruta la striscia di cortile vuoto in attesa che Roberto appaia almeno una volta nel correre dietro alla palla.
Il suo volto è particolarmente luminoso e i folti e lunghi capelli neri sembrano fili di seta lucida. Il rosa le dona molto.
Avverte la mia presenza, si volta e mi corre incontro avvolgendomi col suo abbraccio sonoro e travolgente. Lei abbraccia solo così. Mi accompagna alla finestra, tenendomi la mano: vuole condividere con me questo momento.
Il suo sorriso a mezzaluna e gli occhi ridotti a fessure guizzanti all’insù, raccontano di un sentimento innocente e assoluto. Ogni tanto mi guarda con in volto la certezza che domani sarà solo radioso.
Batte con l’indice il dorso della mia mano, con lo stesso ritmo della palla di Roberto.
Sospira.
Sono certa che così sta battendo anche il suo piccolo cuore.
Ne scrivero prima alla caraRosa Tizianae poi a Angieche mi ha lasciato un commento che mi ha scaldato il cuore.
Festa della donna sì, festa della donna no? E' da questa mattina che mi pongo la domanda e la risposta è: così no, così mai.
Nessuna mimosa per favore.
Noi abbiamoFranca che lo scrive sempre che non siamo solamente la mimosa di un giorno.
Emerge dalla magia di Zena, dal fuoco diRossana, e dal dolore di Morenache ho conosciuto di recente e che ha scritto un bellissimo libro. Didò e la sua Napoli, Majariee la lirica delle sue immagini, Haba con la sua sensibilità. Così diverse tra loro e così preziose. Giulia che vede così bene e che ora ha bisogno di riflettere.
Come molte di noi credo.
E poi la dolce amica Annina, e Fior, con la sua fede, Ida e le sue belle immagini, Gabrilùe le sue preziose recensioni, Sabrinacon le su profonde riflessioni,Nonsonoquiche invece c'è eccome con le sue splendide poesie.E tante altre di cui leggo volentieri appena posso. Trianache so che mi capisce anche se non parlo, e senza la quale ora, non saprei linkare gli indirizzi.
Posterò parti di "Mutande di latta", come dedica a loro e a tutte le donne del mondo.
Al loro diritto di esserci come esseri umani e alla loro forza data dall'intelligenza e dalla tenacia.
Si parlava tra amiche l'altra sera. Della vita, delle nostalgie, dei progetti.
Coi vessilli e slogan ripiegati per bene come calzini nei cassetti della memoria, ripenso oggi come si era, quando piene di mimose e di rabbia inconsapevole, si seguiva un collettivo incapaci putroppo di ascoltare noi stesse.
In quante ci siamo perse, come perle di una collana a cui si è rotto il filo, tra lenzuola e dolori nell'essere in ogni cosa ad ogni costo, infilate in mutande di latta ideologiche troppo rigide per andar bene a tutte!
Si vestiva non seguendo le mode, ma di abiti mentali, bandite le frivolezze, inconcepibile ogni orpello dal richiamo specificatamente sessuale, col risultato che sembravamo tanti deliziosi alberi di Natale da chiudere dentro una cartolina di auguri.
Le donne erano e sono un'altra cosa, sono anche molte altre cose, che a noi il colelttivo e le nostre madri non ci hanno insegnato. Le donne eravamo anche noi, le donne erano anche loro, tutte diverse, davvero un peccato cercare di omologarci, anche se risultava inevitabile.
Il risultato ottenuto è stato di ripiegamento su noi stesse, quale scoperta dell'io, e un machismo da carriera ad oltranza: lucidare casa, figli, marito e parenti tutti pregando la Madonna o la presa scart infilata nel collant mentre il cervello conta in MB e parla sei idiomi. Noi sappiamo fare più cose contemporaneamente anche quando non siamo felici.
Eppure si era carine vestite di rosa e di giallo, coi nastri e i fiori e gli zoccoli per calciare più forte.
Ripenso a quanto questo girotondo mani nelle mani fatto di sorrisi, mi abbia accompagnato nella vita.
Come soffro quando sento parlare di stupri e di violenze in tutto il pianeta e che la donna è trattata ancora come un oggetto, molto peggio di un albero di Natale dopo l'Epifania.
Eppure gridare è servito e tanto.
Ora uso le giarrettiere e mi diverto, non ho paura di sembrare ciò che non sono e non temo più le etichette. Ma è stata la vita che mi ha portata a questo difficile equilibrio; gli abbandoni, le rinunce, e le incertezze, ma soprattutto capire l'errore di non saper guardare me stessa oltre la divisa che avevo deciso d'indossare.
E penso alle amiche, tutte, perchè tutte, in fondo in fondo, portano o hanno portato mutande di latta.
E sono scomode.
Perché alla fine questo solo aveva imparato: che esiste uno sguardo particolare che avvolge tutto, cose e persone. Un modo di guardare che cerca i nessi segreti tra le debolezze e li unisce, come luna e cielo stellato che tutto comprende e riflette, senza giudizi. Da “Lo sguardo a velo” Lino Di Gianni - BattelloEbbro Edizioni.
Carlin e le sue gabbie per uccelli, la Fiat SpA e la bicicletta, Peppino e la piola, Bernard e la sua acqua Velva Bluette, Umana e il suo giardino segreto, Norina e la sua voglia di crescere, Anna e i suoi bambini, Ottavio con la sua fisarmonica, il cane Adolf che non se lo fila nessuno malgrado il nome, Spartacus e la requilizia, Karl e i binari, la Dama Del Cappello che fa impazzire Karl, la donna che salta, il mare che manca.
OtreFuà e i suoi occhi di marea.
Sono il respiro su cui si posa lo sguardo particolare di Lino, in cui trova nessi e li unisce con un filo sottile che imbastisce anche la luna e il cielo stellato. Che tutto comprende, anche le debolezze, e le riflette, senza giudizi.
Un libro d’amore.
Per la gente, per la poesia, per i sentimenti, per le azioni, buone, per la vita.
Pensavo, ancor prima di leggerlo, che fosse bello, perché di Lino mi piacciono molto le sue poesie.
Avevo ragione.