
Era un omone di circa settant’anni.
Ogni mattina, puntuale, lo incrociavo in strada mentre andavo a prendere l’auto parcheggiata a metà via. Lui si recava dalla parte opposta, all’edicola situata in fondo, all’inizio del parco.
Era ben vestito e curato, indossava sempre un cappello a tesa larga, e procedeva impettito, con le mani dietro la schiena e il ventre prominente di cui pareva andare fiero. Rimasto vedovo giovane, con due figli piccoli, non lo vidi mai in questi anni assieme ad un’altra donna, anche se presumo che le occasioni non gli siano mancate, poiché era un uomo molto piacente.
Di sicuro nel suo condominio rivestiva la carica di capo-condominio, colui che ha l’arduo compito di fare da intermediario tra i condomini e l’amministratore, oltre a seguire eventuali lavori di ristrutturazione. Lui seguiva così attentamente i lavori di manutenzione e ristrutturazione, che discuteva spesso animatamente con gli operai del cantiere. Sentivo il suo vocione stando in casa. Sembrava uno che sapesse il fatto suo.
Lo incontrai ogni mattina, per molti anni, e mai una volta , mai, che mi degnasse di uno sguardo.
E non ho mai saputo perché.
Come mi superava, ecco che appariva tra la fitta siepe l’Adria, sua coetanea che spazzava il cortile di casa e lui galante alzava il cappello. Più avanti l’Irene, moglie del dentista, che aspettava sulla soglia del cancello che arrivasse la donna delle pulizie, altra alzata di cappello. Per Gianni una battuta cameratesca e una risata le esternava sempre.
Con me: un palo.
Forse perché mi sono sposata due volte e a suoi occhi ero donna di dubbia moralità. Vai a sapere!
Da principio la cosa m’indispettì, poi col tempo divenne quasi simpatica, come una forma di distinzione. Non temendo il suo giudizio, in fondo non gli feci mai del male e non gli arrecai mai offesa, quantomeno volutamente, mi pareva che mi riservasse così un’attenzione particolare.
Ed era vero.
Con me doveva sforzarsi di non guardarmi e di non sorridere. Per contro, non ho mai abbassato lo sguardo, anzi, ho sempre cercato il suo, invano. E mentre mostrava la chioma scura, alle gentili signore che animavano la via, avviavo l’auto e mi allontanavo perdendo la prima sfida della giornata.
Mi accorsi che era un po’ in effetti che non lo incrociavo, l’ultima volta che lo vidi, oltre due mesi fa. Molto, molto dimagrito, col passo incerto, aggrappato al braccio del figlio. Sempre con lo stesso cappello, ma non indossato come una bandiera, calato invece a nascondere un volto certamente sofferente. Arrivare all'edicola fu un'impresa.
Lo osservai muoversi dentro il cappotto troppo grande, quasi offensivo nel ricordare ciò che era.
Avrei voluto abbracciarlo.
Le finestre del suo appartamento sono chiuse da molti giorni ormai, senza segno di vita. Tutte pulite, come la terrazza, vuota.
Sul cancello del condominio è appeso un cartoncino arancione con scritto Vendesi appartamento con un numero di cellulare e regolare marca da bollo.
Non saprò mai perché non mi salutava.
A volte, mi scopro che lo cerco con lo sguardo.






