
Ci sono luoghi in cui è più facile mentire perché si è sopraffatti da forti emozioni, che stordendoti, ti farebbero promettere qualunque cosa.
Meglio rimanere in silenzio allora.
Il cielo è azzurro cielo. Ci sono piccole nuvole candide e vaporose sopra la collina lericina. Guardando in prospettiva le punte degli alberi delle barche attraccate al molo, sembrano toccarle.
Le case, tutte con le imposte verdi serrate alla canicola, sono colorate, e scendono dolci dalla collina, senza rumore, come una gonna a fiori calata sulle gambe accavallate di una signora seduta compostamente.
Il mare è tranquillo e i colori sono vivi e lucenti come gli aculei dei ricci appena strappati al mare.
Sono seduta ad un piccolo chiosco sul molo, vicino al mercato del pesce. Ho scelto bene; ci sono gli odori del mare e della sua gente che qui viene a dissetarsi. Davanti a me, un pescatore, da un paio d’ore sistema le sue reti sotto la randa del sole; una gran fatica che lui non pare accusare, sempre chino, sempre a cucire nascosto dal grande cappello di paglia malconcio.
Da poco è arrivata una cisterna di carburante per imbarcazioni e fa un gran rumore. Ma stranamente non disturba.
Più avanti in una scuola nautica bambini ed adulti prendono lezioni di canoa e barca a vela. In mare, così colorati e tutti insieme, sembrano anatroccoli che seguono la madre.
Passano turisti occasionali come me e sostano quelli di vecchia data, quelli che hanno acquisito un nomignolo affettuoso e non devono nemmeno ordinare, che il cameriere già sa.
Si sta così bene qui. A tratti arriva un’arietta fresca che allieta la pelle e l’umore.
Ad un paio di tavolini alla mia destra, alcuni signori di una certa età, appena tornati da un giro in barca, sorseggiano un calice di bianco fresco. Se non fossero le 15,30 e non dovessi andarmene a breve, prenderei un calice di Cinque terre.
Dieci minuti fa è passato un signore dimesso che mi ha chiesto un euro, un’ora prima anche una signora, ancora più malmessa, è passata con la mano tesa e lo sguardo supplicante.
Malgrado il luogo per villeggianti danarosi, il vento non mi ha ancora portato al narici profumi costosi.
Un cucciolo di Retriever mi osserva da sotto il tavolino di fianco. Ha molta voglia di giocare e io so molto bene cosa significa quello sguardo che precede il balzo gioioso. La sua padrona, dalle lunghe gambe abbronzate, avvolta in un paio di occhiali scuri, grandi come un tovagliolo, pare molto assorta nei suoi pensieri. Non voglio distoglierla. Chiedo il conto al cameriere che è persona dai modi gentili e dalla testa fina. Abbiamo scambiato alcune considerazioni a commento degli articoli dei quotidiani che ho acquistato e che sono piegati alla rinfusa sul tavolino. Non so ripiegare bene i quotidiani dopo che li ho letti. Non ci sono mai riuscita. Li acquisto che sembrano schiacciatine e li richiudo che assomigliano ad un pane tondo.
Pago poco, rimango stupita, è pieno agosto in un luogo di villeggiatura.
Mi avvio per il molo e mi guardo attorno come piace a me, a largo raggio, per carpire il più possibile dall'insieme che permette poi, di catturare il dettaglio.
Noto con piacere che sono numerosi i cani al guanzaglio, soprattutto di grossa taglia. Tutti molto educati, al seguito dei loro padroni a loro volta quasi tutti abbronzati, pelati a uovo o con la coda di cavallo racchiusa alla nuca, molto simile a quella dei loro cani. La loro non scodinzola però.
Mi assale la voglia di Cleo e sorrido nel pensarla. Mi ricordo quando anch'io mi facevo la coda come lei, e ci chiamavano biondine.
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