sabato, 29 agosto 2009


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Ci sono luoghi in cui è più facile mentire perché si è sopraffatti da forti emozioni, che stordendoti, ti farebbero promettere qualunque cosa.

Meglio rimanere in silenzio allora.



Il cielo è azzurro cielo. Ci sono piccole nuvole candide e vaporose sopra la collina lericina. Guardando in prospettiva le punte degli alberi delle barche attraccate al molo, sembrano toccarle.

Le case, tutte con le imposte verdi serrate alla canicola, sono colorate, e scendono dolci dalla collina, senza rumore, come una gonna a fiori calata sulle gambe accavallate di una signora seduta compostamente.

Il mare è tranquillo e i colori sono vivi e lucenti come gli aculei dei ricci appena strappati al mare.

Sono seduta ad un piccolo chiosco sul molo, vicino al mercato del pesce. Ho scelto bene; ci sono gli odori del mare e della sua gente che qui viene a dissetarsi. Davanti a me, un pescatore, da un paio d’ore sistema le sue reti sotto la randa del sole; una gran fatica che lui non pare accusare, sempre chino, sempre a cucire nascosto dal grande cappello di paglia malconcio.

Da poco è arrivata una cisterna di carburante per imbarcazioni e fa un gran rumore. Ma stranamente non disturba.

Più avanti in una scuola nautica bambini ed adulti  prendono lezioni di canoa e barca a vela. In mare, così colorati e tutti insieme, sembrano anatroccoli che seguono la madre.

Passano  turisti occasionali come me e sostano quelli di vecchia data, quelli che hanno acquisito un nomignolo affettuoso e non devono nemmeno ordinare, che il cameriere già sa.

Si sta così bene qui. A tratti arriva un’arietta fresca che allieta la pelle e l’umore.

Ad un paio di tavolini alla mia destra, alcuni signori di una certa età, appena tornati da un giro in barca, sorseggiano un calice di bianco fresco. Se non fossero le 15,30 e non dovessi andarmene a breve, prenderei un calice di Cinque terre.

Dieci minuti fa è passato un signore dimesso che mi ha chiesto un euro, un’ora prima anche una signora, ancora più malmessa, è passata con la mano tesa e lo sguardo supplicante.

Malgrado il luogo per villeggianti danarosi, il vento non mi ha ancora portato al narici profumi costosi.

Un cucciolo di Retriever mi osserva da sotto il tavolino di fianco. Ha molta voglia di giocare e io so molto bene cosa significa quello sguardo che precede il balzo gioioso. La sua padrona, dalle lunghe gambe abbronzate, avvolta in un paio di occhiali scuri, grandi come un tovagliolo, pare molto assorta nei suoi pensieri. Non voglio distoglierla. Chiedo il conto al cameriere che è persona dai modi gentili  e dalla testa fina. Abbiamo scambiato alcune considerazioni a commento degli articoli dei quotidiani che ho acquistato e che sono piegati alla rinfusa sul tavolino. Non so ripiegare bene i quotidiani dopo che li ho letti. Non ci sono mai riuscita. Li acquisto che sembrano schiacciatine e li richiudo che assomigliano ad un pane tondo.

Pago poco, rimango stupita, è pieno agosto in un luogo di villeggiatura.

Mi avvio per il molo e mi guardo attorno come piace a me, a largo raggio, per carpire il più possibile dall'insieme che permette  poi, di catturare il dettaglio.

Noto con piacere che sono numerosi i cani al guanzaglio, soprattutto di grossa taglia. Tutti molto educati, al seguito dei loro padroni a loro volta quasi tutti abbronzati, pelati a uovo o con la coda di cavallo racchiusa alla nuca, molto simile a quella dei loro cani. La loro non scodinzola però.

Mi assale la voglia di Cleo e sorrido nel pensarla. Mi ricordo quando anch'io mi facevo la coda come lei, e ci chiamavano biondine.


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lunedì, 27 luglio 2009

Simone Lelli - CuriositàCuriosità

(Simone Lelli)




In mezzo a due auto affiancate, in fondo al parcheggio quasi deserto del supermercato, c’è una coppia di mezz'età che sta parlando fitto, fitto. I due si guardano negli occhi, i corpi sono tesi, le mani di lei, aperte, si alzano e si abbassano ad un ritmo che non fa presagire nulla di buono. Lui è immobile, un po' curvo, è molto più alto di lei. Hanno l’aria di essere due amanti in pieno litigio. Distolgo lo sguardo per educazione.

Giro di poco il volante ultimando il parcheggio dell’auto. Poco distante c’è una vecchia Bmw station wagon in pessime condizioni piena zeppa di cose, tutte ammassate. Pare un miniappartamento  con un grande bisogno di pulizia e di ordine: un paio di mutande è in cima ad un  ammasso di abiti,  stipati sulla metà del sedile posteriore. L’altra metà è impegnata da una coperta appallottolata  che ha l’aria di non vedere l’acqua da molto tempo, e un cuscino.

Stanno abbassando alcune saracinesche del supermercato, mi affretto e schiaccio il telecomando della chiusura centralizzata, lo sguardo  cade oltre il finestrino anteriore del passeggero della Bmw.

Sul sedile c’è una gabbietta rettangolare, nascosta quasi totalmente da una coperta, per quel che riesco a vedere, rimane fuori solo uno spigolo in alto, dall’altra parte. Chissà cosa c’è dentro, mi chiedo, un piccolo animale penso, un uccellino forse, anche se non sarebbe la gabbietta adatta.

Dopo una decina di minuti sono di nuovo all’auto. Tre pomodori, un gambo di sedano, una confezione di  latte parzialmente scremato, maionese, e una bottiglia di Pinot grigio, suddiviso in tre clienti: i soliti ritardatari.

Stanno chiudendo il piccolo centro commerciale. Gli altri due inforcano la bicicletta e si allontanano velocemente.

Mentre salgo in auto, riguardo lo spigolo della gabbietta, combattuta tra il timore che dentro possa esserci un animale bisognoso di cure, sono condizionata dallo stato della vettura, e il profondo disagio che mi arrecherebbe fare la ficcanaso, l’andare a spiare dietro un finestrino un’intimità non celata per indigenza. Se l’auto non fosse in queste condizioni, mi farei gli stessi scrupoli?

Metto in moto. Devo andare dall’altra parte del viale, in videoteca, a rendere Valzer con Bashir, interessante film d’animazione sul massacro di Sabra,  e poi proseguire verso casa.  Mentre mi appresto a scendere le scale della videoteca, osservo da questa posizione elevata se  nel parcheggio c’è ancora in sosta la Bmw. Ci sono gli alberi fronzuti che  coprono la visuale e non la vedo, nemmeno se mi sposto di lato. Non potrei perdonarmi però di aver lasciato un animale sofferente privo di soccorso, mi conosco.

Rientro in auto. Metto in moto. Decido di andare a casa, in fondo non sono affari miei.

Arrivo all’immissione  sul viale principale e anziché mettere la freccia a sinistra, come dovrei, con gesto fulmineo sterzo di poco,  attraverso il viale e rientro nel parcheggio del supermercato. C’è poco traffico, mi sono permessa una manovra  contromano. Parcheggio.

Anche la coppia litigiosa non c’è più, sono sola.

Scendo e mi avvicino alla Bmw con passo incerto e con un pò di apprensione: cosa farei nel caso ci fosse un animale in difficoltà? Troppo tardi, sono davanti all’auto e guardo dentro.

Dalla parte dell’autista è visibile tutta la gabbia per intero, con un lato completamente scoperto.

Due occhioni verdi, tondi e limpidi mi fissano senza espressione. E’ un gatto, piccolo, tigrato, rosso. Pare ben curato e nutrito e per nulla spaventato, non miagola. Mi fissa, bello e immobile.

Sorrido sollevata. Risalgo in auto, sperando che gatto e padrone possano trovare presto una sistemazione decente.

Finisco di leggere le ultime due righe di una pagina di un libro,  prima di spegnere la luce e dormire.

E’ notte fonda e un’arietta fresca entra dalla porta a vetri scostata. Il pensiero va agli occhi del micio rosso dentro la gabbietta e al padrone di quella "casa", che non ho  incrociato. Mi piace pensarlo accovacciato nel grenbo di colui o di colei che gli ha dato dimora. Ignaro, in attesa del nuovo giorno.

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domenica, 19 luglio 2009
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(particolare di Piazza S. Prospero, ieri mattina)




Mi chiedevo dove fossero finiti  i reggiani da un po’ di tempo a questa parte.

Fino a qualche anno fa li trovavi tutti, il sabato pomeriggio, a fare la “vasca”.

I reggiani “fighetti” intendo, quelli modaioli, che seduti in distesa sotto ai portici o a passeggio in Piazza del Monte, con cane modaiolo al guinzaglio, “sfoggiavano” gli ultimi acquisti.

Ma in mezzo a quella concentrazione umana griffatissima, passeggiavano anche signore anziane  dall’aspetto curato ma un tantino demodè, signori della stessa età, espressione della medesima eleganza e sobrietà, sportivi dei migliori club, coppie con seguito di bambini urlanti, ragazzi e ragazze definibili  alternativi,  fermi a discutere davanti ai negozi di dischi più forniti o al circolo arci punk appena aperto, combriccole numerose di giovani appartenenti a classi sociali diverse. Quasi per tutti un’unico idioma: dialetto reggiano, o italiano con marcata cadenza dialettale autoctona.

Per capire molti  cambiamenti di una città nel corso del tempo, basterebbe osservare attentamente la passeggiata del sabato pomeriggio nella via del centro.

Ora, a RE, di sabato pomeriggio, trovi il mondo. Anche gli esercenti sono cambiati, poiché sono cinesi, indiani, pakistani, magrebini, tailandesi. Reggio è una città multi etnica da tempo, e questo è radicato nel tessuto sociale ed economico. Ora senti parlare molte lingue e questo è al contempo  interessante e stimolante ma i reggiani non li senti più.

Sono defilati, quasi rasentano i muri, camminano lesti, parlano poco. Insomma, a volte provo una sensazione di estraneità e questo mi crea un po’ di disagio, devo ammettere.

Mi piace la diversità, ma anche l’appartenenza.

Mi casa es tu casa, ma vorrei che casa mia si capisse dov’è.

Oggi ho scoperto l’arcano.

La passione per la bicicletta mi ha completamente riconquistata, appena ho un po’ di tempo libero vado alla ricerca delle piste ciclabili di cui tanto sento parlare. Ed è vero, sono tante.

Questa mattina ho percorso quella del Parco del Crostolo, lunga sette chilometri. Una delizia. Un parco magnifico, pieno di aree di sosta, di giochi per bambini, di panchine. Mi sono incantata ad osservare gli allenamenti dei maestri di arti marziali, di una scuola lì vicino. Con quelle movenze così aggraziate, precise a sincrono, e al contempo piene di forza, mi hanno trasmesso equilibrio e pace.

E in questo bel luogo, immerso nel verde, ho ritrovato  i reggiani.

La “vasca” i reggiani l’hanno spostata dal - sabato pomeriggio-  giacca firmata -  via Emilia,  alla  - - domenica mattina - canotta, pantaloncini - ipod sulla ciclabile del parco del Crostoso. Tutti salutisti, tutti in forma, tutti palestrati, tutti abbronzati, tutti bellissimi.

Le nonne molto anziane, che sono a decine, sono  in mise estiva e floreale sedute sulle panchine a chiacchierare, i nonni leggono i quotidiani o giocano a carte, i bambini, tantissimi, corrono nelle pratine e vanno a visitare le caprette, e poi tanti, tanti pedoni e ciclisti di tutte le età: in coppia, in gruppo, in famiglia,  coi contapassi al polso, il conta battiti, le fascette per il sudore, gli occhiali neri per il sole, le visierine. Parecchie le signore in bikini a prendere il sole e a leggere.  Pochissimi stranieri.

A parte qualche coppia di neri, dal corpo statuario inciso nell’ebano, e l’incedere felino e un paio di coppie di cinesi, i volti sono tutti riconoscibili: mangiano di sicuro gnocco fritto nelle sagre di paese.

Io arrivo sempre tardi. Chissà da quanto tempo ormai si pratica l’ ”apparire” salutista. Chissà da quanto tempo i reggiani s’incontrano e si scambiano opinioni, e s’innamorano e si lasciano all’ombra di un pero volpino, di una susina meschina o di un biribiccolo,  nell’area "Giardino dei frutti antichi".

Ho deciso.

La prossima settimana mi comprerò una bici nuova. Il sabato mattina mi tufferò nel mondo, pedalando per i mercati  del centro, e la domenica mattina andrò a cercare il pero merendino.

Questo spostamento in massa nel mondo bucolico comunque spiega molte cose,a ben guardarci. Se avessi visitato prima il Parco del Crostolo, mi sarei stupita di meno del risultato elettorale, ben sapendo comunque che ai reggiani, grandi ballerini, piace apparire in forma.


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sabato, 04 luglio 2009


Cafè Muller Pina Bausch

 

Café Muller

Pina Bausch



Pina è morta 4 giorni fa. La ricorderanno tra poche ore, al Festival di Spoleto, con la rappresentazione di  Bamboo Blues, un suo omaggio di sogno danzato, all’India. Il mondo della danza è in lutto, e non solo. E’ in lutto il mondo della cultura, perché Pina era una grande artista, una grande coreografa, una grande intellettuale. Del e col corpo.

Però poco si parla di Pina. Per forza. Non tutti conoscono la danza, ancor meno la danza moderna e contemporanea che lei col suo genio ha inventato.

E poi in questi giorni è morta un’icona del mondo musicale e non solo. E’ morto Michael Jackson, un immenso artista nel suo genere (25/06/2009). Anche se devo ammettere che mi aspettavo serie infinite di speciali, notizie ghiotte, gossip, e chi più ne ha, più ne metta, anche se i media al contrario, mantengono un basso profilo, non facendo  mancare comunque aggiornamenti quotidiani sulla messa in onda dei funerali, la spartizione del patrimonio non ancora ben valutato, le commemorazioni e dimostrazioni d’affetto sparsi sul pianeta, per Pina, è ovvio, rimane poco spazio o niente.


E poi chi la conosce Pina?  Jackson è un po’ come la CocaCola: impossibile non conoscerlo. Può non piacere, ma di sicuro, vivendo tra i vivi, almeno una volta nella vita un suo pezzo lo si  è ascoltato, anche senza volere. Peggior sorte è toccata ad uno dei tre Angels di antica memoria: la mitica Farrah Fawcett. Provata da un tumore contro il quale ha combattuto per alcuni anni, non è riuscita a coronare il sogno d’amore di sposarsi col suo O’Neal, quello di Love story. Peccato, perché i due avrebbero devoluto i proventi legati all’evento, alla ricerca sul cancro. Peccato che si sia aggravata e che sia morta lo stesso giorno di Michael. A parte qualche nostalgico pezzo di alcuni giornalisti segretamente innamorati di questa icona sexy degli anni settanta, della Fawcett temo che non ne sentiremo più parlare.

 

Questo mi riporta alla morte di Pavarotti, avvenuta il 06/09/07 e di Gigi Sabani 04/09/07, di cui scrissi un post: Io sto con Gigi. Personalità e personaggi diversi, certamente, di notorietà differente s’intende, il primo era un artista di caratura internazionale, il secondo negli ultimi anni faceva fatica a lavorare per via di una questioncella legale di poco conto. Strano che gli artisti paghino sempre in modo salato i loro errori, e i politici, per esempio, no. Sorvoliamo. Riflettevo sulla sfortuna di morire nel momento sbagliato, ammesso che ce ne sia uno giusto e finire nell'oblio, malgrado una vita vissuta alla ribalta.


Stessa sorte accadde ad una grande donna, Madre Teresa di Calcutta che morì il 05/09/1997 a ridosso della scomparsa di Lady D (31/08/1997).  Qualcuno si ricorda quanto trasmisero della morte della Santa? Perché la prima, non la seconda, è stata canonizzata per direttissima. Però di Lady D continuano a fare speciali noiosissimi, tra l’altro, e ad interrogarsi su chi ha  eventualmente elaborato un attentato. Perchè sono tutte stramaledette ipotesi e congetture di poco conto.  Di Madre Teresa non ne parla nessuno. Interesserebbe a qualcuno? Forse sì.

Non lo sapremo mai.

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martedì, 16 giugno 2009




Per la prima volta nella mia vita ho paura.
 Non per me, per tutti.
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sabato, 23 maggio 2009
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(Gran Madre di Dio)

Torino P.N. ore 11,50  Bari c.le  - 1^ classe , carrozza 2, posto 91 finestrino.


Sono comodamente seduta al mio posto n. 91. Il treno dovrebbe arrivare a R.E. alle 14,31 e nulla fa pensare che non sarà così. Passa Lucio Dalla per la seconda volta. Anche lui sarà stato  alla Fiera del libro per un recital “ Gli occhi di lucio” che ha scritto con Marco Alemanno. Io, là , però, non l'ho visto.

Nessuno lo ferma, solo alcuni sporgono la testa incuriositi, lui  porta a spasso  con grande dignità i suoi bermuda color cachi.

Guardo fuori. Sto tornando a casa. Questa bella parentesi di cinque giorni è finita.

 

Sono le 10,00 circa di una giornata poco soleggiata, che si rivelerà un tantino afosa.

Aspetto Emilia, sperando di vederla sbucare dal caotico traffico che rumoreggia davanti alla Gran Madre di Dio, augurandomi di saperla riconoscere. In fondo, finora, l’ho vista ritratta solo in una piccola immagine, in cui è di tre quarti. Timida pare  in quella foto, un po’ sfuggente. Sono appena scesa dal B&B in cui alloggio e davanti a me ci sono i famosi Murazzi, il Po in tutta la sua potenza, attraversato da Ponte Vittorio Emanuele, uno dei tanti ponti di Torino,  e la bellissima Piazza Vittorio Veneto. Mi ricorda molto la Francia questa città, ovviamente, ma la parte più discreta, più defilata, malgrado i grandi spazi delle piazze e l’imponente architettura. Una Signora, come sempre è stata descritta, ed è vero.

Sono seduta su una panchina all’angolo, dove c’è una vecchia edicola di vago stile  liberty. Prendo Repubblica e La stampa. La signora dell’edicola è cortese. Attorno a me una marea di gente, la più variopinta, forse anche un po’ matta che parla da sola o ai passanti. Un ragazzo, ridotto davvero male, elemosina tra le auto inferocite. Lo osservo un po’, guardandomi attorno, apro il giornale, ne leggo i titoli, osservo di nuovo il ragazzo che mi pare rischi di finire sotto al tram, mi guardo attorno e cerco un’auto condotta da una piccola foto di tre quarti, un po’ timida e sfuggente.

Ma per riconoscere Emilia occorre che io la immagini con precisione penso. Sono bionda e vestita di blu, le dico al telefono. Lei ride. Certo, mi risponde, lo so, ti ho visto in foto. Ha una bella voce.

Il traffico questa mattina è infernale e presumo che sia ferma in colonna, sull’altra direzione del viale. Sono passate due ambulanze, chissà, forse c’è stato un incidente.

Penso a come potrà essere Emilia. L’immagino una signora formosa ma non troppo, di statura media, vestita con una gonna al ginocchio di fattura sobria,  capelli corti, castani, senza trucco, colori scuri piuttosto che chiari,  voce bassa e pacata. Timida nel complesso e seriosa. Lei scrive sempre cose sensate, importanti, e vissute, in modo così profondo e diretto.

Sarò all’altezza? Mi chiedo.

Continuo a leggere il giornale mentre a tratti osservo il ragazzo che mi fa sempre più pena. Guardo l’orologio. Se attraverso il viale per portargli dei soldi, Emilia forse arriva proprio ora  col rischio di non trovarmi. La penso una persona puntuale. Non vorrei fare brutta figura o mancarle di rispetto. Intanto armeggio in borsa per prendere pochi euro dal portafoglio. Mentre estraggo i soldi mi sento chiamare e mi giro di colpo. Vedo Emilia in tutta la sua bellezza e in tutto il mio sciocco stupore.

Non l’avrei riconosciuta mai comunque.  Non ha nulla della piccola foto di tre quarti, timida e fuggitiva o meglio nulla di ciò che avevo pensato di lei, tranne i capelli.  Mi viene incontro a braccia aperte, questa bella signora alta,  slanciata e vestita in modo sportivo con un bellissimo sorriso e tanta affettuosità. La prima cosa che penso è che è proprio bella e giovanile e allegra, ma ciò che proferisco è chiedere il permesso di assentarmi un attimo per andare dal ragazzo che rischia di morire in mezzo al traffico. Ci metto un paio di minuti i semafori sono rossi.

Ritorno da Emilia, sentendo in cuor mio, che è come se la conoscessi da sempre. E che passeremo una bellissima giornata insieme.

Così è stato.

Tornerò a Torino.

Per passeggiare in questa maestosa e sobria città e per ritrovare la mia amica Emilia.

Una donna dalla vita ricchissima ed interessante e con la luce negli occhi di una ragazzina.

 

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      (Vista della Piazza Vittorio Veneto e della Mole, dalla finestra della mia camera)    

 

 

 


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giovedì, 14 maggio 2009
gira7
Girasoli




Rimarrò assente per qualche giorno perchè sarò a Torino alla Fiera del libro e a trovare amici che non vedo da alcuni anni.

Voglio però lasciare un pensiero di benvenuto coi miei girasoli,  ad Alba,  una persona che so che legge, ma che al momento non può scrivere, alla quale voglio bene, e che mi ha accompagnata in questo anno impegnativo.

Poi voglio lasciare un saluto a voi, con un'immagine notturna, perchè agevoli il riposo e il sonno del giusto.
Vi racconterò al mio ritorno, di questa che è un po' un'avventura, in questo viaggio lungo un anno.




marenotte6
Marenotte
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venerdì, 01 maggio 2009


1 maggio 2009 2

1° maggio 2009
Silvia




Ti sbatterei a lavorare in un resort (se sai cos'è) in Sardegna, bello fuori (per i clienti) e marcio dentro (per i lavoratori).

Così ti saresti beccato una bella scossa elettrica da un frullatore in acciaio SENZA messa a terra perchè il boss (alias il padrone, er capoccia, il cummenda) NON poteva spendere 2 (due) euro per un adattatore Schuco nuovo.

Se non avessi avuto scarpe antinfortunistiche (PAGATE DA ME) a quest'ora non sarei qui a raccontartelo.

A propo: lavoravamo 8 ore e mezzo ed eravamo pagati (ed assicurati) per 6 (sei).

Dormivamo in stanzette-loculi senza aria condizionata e con le ventole accese sul tetto a 3 metri di distanza. Il mangiare era un'indecenza, solo la pasta e la frutta erano buone.

CAPITO ADESSO COME SI FANNO I SOLDI SULLA PELLE DEI LAVORATORI, IN ITALIA?

Dobbiamo davvero ridurci come i rumeni per non far "scappare" i cummenda?

 

(commento del 22 04 09  ad un articolo sulla Thyssen Krupp che mi è piaciuto particolarmente. Di wordstar che spero non me ne voglia )



In memoria di:

Antonio Schiavone
Roberto Scola
Angelo Laurino
Bruno Santino
Rosario Rodinò
Rocco Marzo
Giuseppe De Masi


E di tutte le vittime sul lavoro.
E di tutte le vittime del lavoro che non c'è.




altan cippiti disoc


BUON 1°MAGGIO



cipputibrindisi





lasciatemi cantare...





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sabato, 25 aprile 2009
CUORE
Cuore
(E' l'insieme di pezzi di confezione di regali che mi hanno fatto alcuni amici in un momento particolare)

CRISTINA


è un'amica particolare, incontrata di recente, ma che sento come una di casa, che mi  capisce anche se non parlo. Lei è così.
Generosa e capace di andare oltre il dolore e regalare preziose perle di parole,
 buone come il pane appena fatto,
 che fanno bene allo spirito di noi umani, in balia della tempesta, che è questa  vita.

Le ho dedicato questo  racconto, che gentilmente ha ospitato  sul suo bel blog, in cui si potranno riconoscere tutte le donne del mondo che hanno dovuto sopportare l'ardire di desiderare solamente il sole e la luna.



Il sole

il sole

il sole…

-Beatrice cambia musica!

La luna

la luna

la luna


Bea è così, sa cosa vuole, con una determinazione a bassa voce, ma incrollabile.

-Signore è una bellissima bambina con tanti capelli color rame. Assomiglia a  sua moglie!

-Veramente speravo fosse un maschio, sa, per via del nome…

Beatrice ascolta il suono della voce di Ivo, e in quel preciso momento, accolta dalle braccia maldestre  di suo  padre, decide che dovrà piacergli ad ogni costo.

 

-Sei tu Ivo?

-Sì Miriam. Sai che al mercato ho conosciuto il figlio  piccolo di Mario? E’ biondo come lui e bello come il sole. Mi piacerebbe inserirlo nella  squadra di calcio.

Intanto nonna Gianna nella stanza accanto, mentre osserva Bea, pensa: che strana questa ragazzina che a tutte le  bambole taglia i capelli corti come i suoi. Chissà, vorrà fare la parrucchiera.

-Amore, cosa vuoi diventare da grande?

-Il sole nonna, il sole. Se mi regalassi una moto, lo potrei  diventare anche subito.

-Una moto? Ma sei matta, alla tua età poi! Faresti morire di crepacuore tua madre. Non ti basta giocare a calcio? Lo dice sempre tuo padre che sei negata! Pensa piuttosto ad imparare le cose da donnina  che ti serviranno quando sarai sposata…

Seduta sulla panchina delle riserve, a bordo campo, incapace di reggere lo sguardo deluso del padre, Bea non piange il dolore che ha dentro, ma vorrebbe morire.

Mario, il figlio di Mario, non piange mai quando cade dalla moto.

 

Luciano, difficile a credersi, non ama né il calcio né le moto. Lui ama Bea, con tutto sè stesso. Solo che lei non gli crede.

-Beatrice ti prego, non chiudere la comunicazione, non allontanarmi, sei la donna della mia vita. Per me sei bella come il sole. Ma no, che dico? Più, del sole!

Bea sorride. Non le interessa più la moto e nemmeno essere il centravanti migliore del pianeta. Il sole la scalda, ma mai quanto le forti braccia di Luciano. Ora desidera una famiglia. Sua.

 

-Signora mi dispiace molto. Purtroppo dall’esame laparoscopico è emersa con chiarezza  una malformazione congenita che le preclude la possibilità di diventare madre. Se vuole però, potrà rivolgersi al centro adozioni, questo è il numero, tenga. Arrivederci.

Seduta su una panchina del parco, davanti all’ospedale, capace di reggere lo sguardo sgomento del marito, Bea piange tutto il suo dolore e vorrebbe morire.

Forse anche Mario, il figlio di Mario, piangerebbe in questo caso.

-Per una madre è straziante vedere una figlia ridotta così. Hai un marito che ti adora, avete una bella casa, siete ancora giovani e già in lista per l’adozione di un bambino. Perché ti ostini a sottoporti a queste inutili e dolorose cure ormonali? Insomma Bea, cosa vuoi?

-La luna mamma, la luna.

 

Beatrice ora è serena coi bambini dell’orfanotrofio. Gli uomini della sua vita l’hanno lasciata sola per un verso o per l’altro. Ma lei adesso è forte grazie a  questi piccolini, caparbi nel vivere quanto lei.  Li osserva mentre dormono e li accarezza quando piangono. Quando si svegliano di colpo e hanno paura e la chiamano,  li solleva dolcemente e li appoggia a sè. Comincia  così a cantare a bassa voce…

 

E nelle facce della gente                                                                              
e nelle strade c’è il sole
che mi stringe il cuore
come mi stringevi tu
e mi ricordo un po’ di te

Perché il sole, è un amore che continua
anche quando non c’è più…

 

 

Un giorno all'improvviso
la luna si stancò
di guardare il mondo di lassù;
prese una cometa,
il volto si velò
e fino in fondo al cielo camminò…


I pezzi delle canzoni sono tratti da: Sole di De Crescenzo e La luna di Branduardi.

 


Oggi, 25 APRILE  è una giornata importante, e Lino Di Gianni la ricorda con un pezzo che a me piace molto e sarei contenta se lo leggeste anche voi.


qui


E poi arriva Angie, che scrive dei suoi bisnonni pugliesi.
E di una resistenza alla vita e pure alla morte.
Un racconto bellissimo che affascina per la luce delle candele che brillano dalla notte dei tempi.

QUI
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martedì, 07 aprile 2009
irpiniaIrpinia - 23 novembre 1980

Avevo vent'anni da poco più di due settimane e non capivo niente. Partimmo dopo poche ore dal sisma, sul pulman organizzato dalla F.G.C.I. regionale: 54 ragazzi sprovveduti come me, con tanta voglia di fare.
Fu un dramma nel dramma. Non eravamo preparati a tanta tragedia.  Mio padre vigile del fuoco mi avvisò e pregò al tefefono  di stare a casa, ma allora i nostri rapporti non erano dei migliori e io volevo dimostrare qualcosa. Forse anche a lui. Entusiasmo giovanile, anche. Arrivammo prima dell'esercito e dell'ospedale da campo. Arrivammo troppo presto per tutto. Causa una bufera perdemmo il campo base e rischiammo che il pulman si ribaltasse. Alla fine dormimmo tutti pigiati lì dentro, nemmeno si ribaltavano i seggiolini.  L'autista voleva tornare a casa e ci prendeva per matti. Molti di noi si ammalarono e rischiammo di finire schiacciati da cornicioni pericolanti o da fughe di gas improvvise. Aiutai un ragazzo in piena crisi nervosa mentre estraevano un congiunto da sotto le macerie, distrubuii vestiti,  corsi dietro a dei compagni che si erano infilati in una squadra speciale dell'esercito, per estrarre cadaveri  sotto le macerie di un paese adiacente ,completamente distrutto. Tornarono sconvolti ma fecero il loro dovere. Pioveva a dirotto, spesso, e c'era tanto freddo. Mi aggregai ad un gruppo di ragazzi che in jeep andavano a prestare soccorso agli abitanti di casolari isolati. Persi 5 chili in una settimana cibandomi di sola cioccolata e whisky e non toccai acqua calda e pasti caldi per tutto il tempo, come me gli altri. Nessuno si cambiò abito e si lavò, tranne le mani, se riuscivamo.  Vicino ad una tenda militare, in cui tutti i grandi capi si  radunarono sentii dire che eravamo d'impaccio e che non si capiva cosa fossimo venuti a fare. Avevano ragione. L'entusiasmo giovanile in certi casi non basta. Una sera, quando ogni eroismo aveva lasciato posto ad angoscia e frustrazione, fece capolino la testa di un giovane D'Alema, già antipatico allora. Gli venne la malaugurata idea di dire qualcosa. Se non fossero riusciti a fermare al volo un paio di compagni romagnoli, D'Alema si sarebbe "beccato" una mano di botte da ricordarla per tutta la vita. Guadagnò l'uscita e non si fece più vedere.
Tornata a casa, davanti ad un  piatto di brodo caldo mi vennero le lacrime agli occhi. Il mio cuore era rimasto con CHI NON AVEVA PIU' NIENTE.
Ad una brutta battuta di un mio familiare, senza dire una parola, presi il mio piatto e andai a mangiare in camera mia. Feci così per più di una settimana, finchè non cessarono stupide considerazioni e domande ancora più stupide. Il mio cuore era altrove e una parte è sempre rimasta là, perchè io non dimentico. E' vero, chi vede da vicino certe cose è destinato a non dimenticarle per tutta la vita.
Penso ai bambini, al loro sgomento, al rischio che non possano più vedere un genitore, il fratellino, la sorellina. Penso a quanti purtroppo non potranno più uscire vivi da quel monte di macerie e lamiere contorte.
Ecco perchè sono terrorizzata dal terremoto.  L'ho sentito sotto i piedi tante volte e ovunque. Ovunque. Per sempre.


L
L'Aquila 06 marzo 2009

Ora che ho quasi trent'anni di più e non avrei nulla da dimostrare, saprei cosa fare. Io andrei dai bambini e partirei anche subito.
Mi auguro che tra vent'anni non sentiremo Vespa ormai cariatide, che fa il resoconto di quanti container sono ancora ad uso abitativo per questa povera gente.
Mi auguro che qualcosa sia cambiato nel frattempo, in questa povera Italia.
postato da: sgnapisvirgola alle ore 00:07 | Permalink | commenti (32)
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