
Ho sempre amato viaggiare in treno.
Mi piace il dondolio, mi piace potermi dedicare alle attività da relax: leggere, scrivere, disegnare, pensare, dormire, chiacchierare, giocare. Ci sono pure gli irriducibili che continuano a lavorare e quelli più spensierati che generano figli. Che non veda il controllore, si capisce.
Insomma il treno porta a destino senza che ci se ne accorga e si è molto fortunati è pure puntuale. Quasi sempre.
Poi ci sono le tradotte estive e qui si apre un capitolo tutto diverso per contenuto, gestione dell'umore e dell'amore per le ferrovie tutte.
Caldo infernale, pigiati come sardine, finestrini tutti aperti per poter respirare anche se non ci si riesce ugualmente, rumore assordante, maledicendomi per tutte le riviste, libri e ammennicoli che mi sono portata dietro giusto giusto per il viaggio, con una valigia che pesa due quintali e possibilità di piazzarla su un portabagagli: zero.
Dopo aver arrancato per otto vagoni otto, lasciando alcuni cadaveri dietro di me, buttato dal finestrino qualche bambino urlante, tanto col casino che c'è nessuno se n'è accorto, provata da tanta fatica, intravedo una signora con manico di valigia serrato in pugno e sguardo sconcertato che si sta alzando nello scompatimento a mezzo metro da me.
Con le ultime energie rimaste, compiendo uno strappo oltre misura per forza e spirito di sopravvienza, getto la valigia dentro lo scompartimento, che quasi ammazzo la signora e per la prima volta uscendo dall'apnea, prendendo fiato a pieni polmoni chiedo con voce affranta: posso?
Peccato per il bambino di cinque anni che ho beccato in pieno, accovacciato a non so far cosa nel corridoio dello scompartimento, mentre il posto della signora terrificata è già occupato da due piedi nudi neri d'asfalto. La proprietaria di codesti piedi è in cuffia, ad occhi chiusi, semisdraiata, anzi il sedere è quasi del tutto fuori dal sedile e non parrebbe che abbia la minima intenzione di spostarsi. I restanti occupanti dello scompartimento, fino a tre secondi prima urlanti come coyote, tacciono all'unisono e mi squadrano da capo a piedi.
Facendo finta di nulla butto il naso in aria per cercare un luogo dove mettere quella specie di baule che mi sono portata dietro: scatoloni, borsine di plastica, valigie rigonfie, scarpe piazzate ovunque, per la mia valigia comprendo subito che di posto non ce n'è, per cui con rammarico, sono costretta a lasciarla dov'è. Il bambino non può più nuotare sul pavimento e mi guarda malissimo. Il padre, presumo, in canottiera, mi osserva fisso, senza batter ciglio, confortato di essere seduto in uno dei posti migliori vicino al finestrino, sottace la frase: dovresti passare sul mio cadavere per sederti qui. E' pur vero che il pensiero di farmi oltre 400 km. in piedi, con l'ansia che il bambino mi distrugga la valigia, la sta già calciando infatti, non mi aggrada neanche un pò, ma quei piedi neri non intendono spostarsi. E se usassi l'accendino? Scompartimento per non fumatori. Pure!
Stanca abbastanza da non usare mezze misure, batto sulla gamba della padrona dei piedi zozzi e la trafiggo con sguardo interrogativo. Apre gli occhi stranita, fa una smorfia che pare di dolore e scocciata, lentamente, ma molto lentamente comincia ad assumere una posizione quasi eretta strisciando per benino quella schiefezza di piedi che si ritrova sul sedile nel quale io, poi, dovrei accomodarmi. Il fratello che reputo maggiore, piazzato tra lei e il padre segue tutta la scena con molta attenzione senza la minima espressione sul volto, è completamente obnubilato e pure bruttino.
Pulisco il seggiolino con un kleenex, mi siedo di fianco al piccolo otre e di fronte alla capo tribù dei piedi neri. La mia valigia troneggia in mezzo allo scompartimento impedendo ai più di muovere le gambe, si respira a fatica, c'è un caldo terrificante e l'olezzo d'umanità ha quasi vita propria tanto è corposo.
Prevedo che non sarà un viaggio facile, dopo cinque minuti profumo come una drogheria di cui buona parte delle merci è andata a male, dopo un lasso di tempo utile al nuovo assetto passeggeri il vocio è ricominciato alla grande in dialetto stretto, con acuti che gareggiano col frastuono delle rotaie, vincendo.
(continua)